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lunedì 27 ottobre 2008

punti mobili


altro che punti fermi

questo blog, strano (ma forse non così tanto) a dirsi, non so dire se mi somigli troppo o non mi somigli affatto

sempre in bilico tra il pudore della pagina di diario e marginali considerazioni civili, politiche

mi somiglia in quanto non mi mette mai a fuoco
non mi somiglia in quanto manca di spontaneità

ho imparato molto in questo anno quasi e mezzo di scrittura in rete, e di letture e confronti. nemmeno pensavo che sarei arrivato così lontano nel tempo.

la scrittura è un curioso esercizio, necessita di tempo e di silenzio ed è per sua natura, quindi, in opposizione ad ogni istante della mia vita quotidiana. e a quelli di qualche altro milione di persone.
di questo ne soffro, mi ritrovo sempre sbilanciato tra il desiderio e la sua realizzazione, soffocata e risospinta verso un indeterminato futuro, che brilla là in fondo, età dell'oro o utopia cui non credo minimamente.

oggi il tempo non aiuta, sono sopraffatto dall'amarezza di questo buio lattiginoso di autunno, che ancora non profuma di legna che arde, non sa di intimità. è una sera aspra, tagliente, non riesco a ricavarne nulla, se non schegge di un entusiasmo bloccato.
riflesso di una crisi morale, spirituale, civile.

ho cambiato auto, ma non basta.
sono diventato un aikidoka, cioè un praticante di Aikido, leggo coacervi di scritti che narrano della vita del fondatore di questa particolare arte marziale, in bilico tra shintoismo e buddhismo, ma non è una fede religiosa quello che cerco, quanto una sapienza del corpo, una chiave che apra il mistero del ponte tra corporeità e linguaggio. finché ne avrò voglia.
come Yukio Mishima, magari senza finire suicida, ecco...
e così vago, divorato da strani appetiti, cammino sulle onde di un vortice che non mi dà tregua, per dire che? per fare che?
non riesco nemmeno a disinteressarmi totalmente del liquame politico italiano, dei miasmi delle non-notizie, firmerò contro il Lodo Alfano, e altre amenità.

definitivamente, non prendo sul serio quasi più nulla.
a parte la poesia, la musica, il sesso, il cibo e l'umiltà.

mercoledì 9 luglio 2008

riflessioni sull'arte di vivere


ma chi voglio prendere in giro?

la morte di una persona cara, ancora una volta, reagisce come acido sul volto della mia infelicità stupida e di magro corso.

i fumi stordiscono, insieme al caldo di fine giornata. mi guardo, sfuocato, appannato da un leggero velo di lacrime e vergogna.

mi si rovescia addosso l'amarezza di sapere esattamente dove sta il male, dove inizia esattamente il mio colpevole aggirare l'ostacolo. brucia tremendamente. i confronti si concludono tutti in sconfitta. per un momento mi convinco che è tutto inutile. poi, la rabbia vince, vorrei anche fare festa.

sconfitto e rabbioso in un presente fatto di vincenti e invidiosi.
vista così la vita non ha senso. so bene che è una domanda posta male.

per un attimo il carico di follia si fa insopportabile, il carico di dolore è prossimo all'incendio. fulmini per ogni dove, cecità e sordità, fame d'amore. niente va, il vestito non è mio, l'odio non è mio, quello che vedete non sono io. la morte in cambio di quell'orgoglio salutare che troppo mi manca. dolore che suona come un capriccio.

addio mentre da una stanza di ospedale ti dirigi verso quel "per sempre" così enorme e incomprensibile.
pensavo di poterti conoscere meglio, dopo tutti questi anni.
invece no. so che non ti aspettavi nulla di più da me. ma io sì.
coraggio e umiltà sono ancora tutti da imparare, da bere sino in fondo insieme alle lacrime inghiottite, che sanno di ferro e sangue.
cercherò di lasciarle correre verso quel futuro che mi sembra così difficile da vedere, in queste giornate così turgide di sole.

intanto, là fuori, gli assestamenti della notte.

lunedì 30 giugno 2008

vicinanza del mare e della musica


22 giugno 2008, Parco S.Giuliano (Mestre)



conquistati i biglietti per il concerto dei Police senza troppa fatica

da ieri siamo in giro, dapprima ospiti da amici, nella loro bella casa ristrutturata sulle colline veronesi
un piccolo viaggio nella memoria, questa mia compagna ogni anno sempre più grande e ogni anno sempre più fresca, memoria facoltà dei poeti e dei musicisti. aggiungo anche degli uomini onesti, così, per non darmi troppe arie.
Verona città del servizio militare, quindici anni fa, ritorna dalla finestra degli studi e delle amicizie casuali. la loro casa sta accanto ad una chiesa in disuso, in una sorta di agglomerato rurale in corso di sistemazione. gli ambienti sono belli e mi sento a mio agio tra il parquet e le piantine di basilico, tra il sottofondo di musica indiana e l'aperitivo di vino bianco frizzante con succo di fragola. ma cuore e mente vanno ad un'altra velocità, a rispolverare lati creduti dimenticati fatti di scorci di cielo e di profumo di lavanda, così rigogliosa fuori della pizzeria col suo enorme cane a riposo, con il suo schermo con la partita Olanda-Russia, con il pizzaiolo compagno di balbuzie che è venuto al tavolo a chiedere se poteva sostituire la mozzarella di bufala con lo stracchino di bufala.
parole, respiri, qualche zanzara sul sottofondo di citronella delle torce. un po' d'amore abbandonato riacciuffato per un soffio. il tempo è sempre un mistero.

dopo la passeggiata nel giardino dei ciliegi e dell'uva, al concerto.
l'abbondanza di presenze femminili mette ancora una volta alla prova la mia pazienza.
ma il parco è davvero bello, affollato eppure stranamente silenzioso...lo spazio arriva dove non arrivano il rispetto e l'intelligenza.
bikini, reggiseni, boxer, gadget della birra Heineken ovunque (magliette, fazzoletti, cappellini, borse, mini-tende, racchette...avranno guadagnato di più così che dai concerti...chissà...). un caffè, una fetta d'anguria, e una barchetta fatta con la scorza e i fazzoletti, accanto allo stand di distribuzione dei preservativi, dove una ragazza con una gonna di jeans platealmente sottodimensionata mi ha donato in visione tutte le sue intimità. io giocavo con la barchetta.
birra ovunque. nell'attesa dei miti della mia precoce adolescenza.
ma prima Alanis Morrisette, che non ho mai potuto soffrire, mi ha fatto innamorare di lei. finalmente nella pienezza del suo florido corpo di donna, è di una bellezza folgorante, una voce cristallina, il gruppo che girava a meraviglia. e poi aveva una chitarra trasparente, come fatta di vetro, dio quant'era bella sulla sua bellezza...
dopo, la partita, dopo, altre due birre e un panino con i peperoni, dopo, loro. in trio. Sting, Copeland e Summers. anziani, certo, e chissà cosa dovevano essere trent'anni fa se oggi, per due ore, hanno tenuto il palco con sicurezza e scioltezza, energia da vendere, improvvisazione e precisione impeccabili. sbagliando col sorriso.

al concerto, all'evento di massa. la vita sembra scorrere potente, più vicina, più nitida, riconoscibile. ognuno che cerca di afferrarne scampoli, giovani o travestiti da giovani, come a carpire il segreto del tempo, di luce propria o di luce riflessa, soli o satelliti. forse è solo un'impressione che la vita sia più vera e davvero consumata senza residui. forse è giusto così. a respirare gli intervalli, come una preghiera mormorando frammenti di canzoni o gridandole tutte intere.

martedì 6 maggio 2008

manoir de mes rèves




avrei potuto dire, o fare, e invece no
vanno di moda le inversioni di tendenza, le definizioni inventate, le costituzionali ostentazioni di appartenenza, le cesure al dialogo
ma io continuo ostinatamente a non sapere
senza assolvere ai preliminari, ogni prolungamento è sterile, è un tentacolo tagliato che si contorce
ogni parola o gesto lasciano dietro di sé il proprio significato
e allora tutto è possibile ma niente è reale, resta solo un granello di nausea, un tentativo di divinazione, l'interrogazione muta al volgere del cerchio del tempo

sto parlando di me, dell'amore, della rabbia, della politica, della musica, della poesia
sto parlando di me ad un anno di distanza dalla nascita della scrittura su questo blog
a trentaquattro e mezzo dalla mia nascita
e a quanto da un nuovo cambiamento?

un sole pigro entra dalla finestra finalmente sgombra di scaffali, dopo il rinnovamento del mio ufficio
il sole entra di sera, quando se ne sono andati tutti, e io comincio a lavorare volentieri
ma ancora più volentieri me ne torno a casa a ripulirmi della lunga giornata a volte trascinata e a volte spinta coi soffi come una piuma
come si fa a digerire tutta l'inutilità verbale e culturale che precipita addosso ogni giorno?
come si fa a reggere l'utilissimo spettacolo delle opinioni in libertà?
i conti tornano solo per amor di retorica e ipocrisia

avrei dovuto imparare a scrivere nel sole
avrei dovuto imparare i nomi degli alberi
(forse sarò più chiaro domani
o lo sono già stato troppo)

lunedì 17 marzo 2008

une soirée en enfer


non voglio essere la memoria di tutto, non posso essere.
lavoro che è memoria banale di denari, di scadenze. fiancheggiamento, auscultazione e forse devozione.
per inciso, vorrei ora viaggiare in treno tutta la notte solo per lasciar scorrere i pensieri, l'immaginazione, solo per trascrivere le vite possibili, gli sfioramenti della fantasia, l'irrealtà che da sempre mi consola
inseguire le parole, dopo una vita che pare un'imitazione
non mi ci riconosco più. non mi riconosco più.
come se la protezione dal quotidiano fosse anche protezione dal profondo.
come se la sordità alla menzogna fosse anche sordità alla verità.
essere un profeta noioso, che sarcastico destino.

poi, seduto sulla panca di marmo, leggi un libro con le dita nel naso.
rumore di sacchetti di carta, sulla banchina di fronte zoppica un utente che mangia hamburger.
segnale acustico, una voce disfatta nel messaggio di servizio.
ormai è notte, una voce può ridursi a dei suoni sconnessi, per la pessima acustica sotterranea, per la latente inutilità del lavoro
una voce parlante può ridursi a nient'altro che ad un rincorrersi fastidioso di echi, ad un risuonare incomprensibile. può succedere.

brucerò un'altra idea per superare la notte
la stanchezza è un foglio di velina sulle labbra, vibrante ad ogni respiro, che fa prurito, che fa ridere ed amareggia
dio, che realtà disgustosa
persino le metafore nascono perbene.

martedì 29 gennaio 2008

homeworks



compitavo le parole recuperate tra foglietti sparsi tenuti piegati nelle tasche delle giacche oppure infilati infra le pagine di libri e quaderni
nel cuore della notte, la notte dai molti cuori, ormai lo sappiamo
interrotta dal ronzio liquido del frigorifero, crepitante, dall'avviarsi episodico della caldaia, con un botto sommesso e la suggestione della fiamma, dalle rare voci di passanti incerti al ritorno a casa, dal rigirarsi di mia moglie tra le lenzuola che mi attende insonne, aspettando tesa che mi passi il delirio, la geometria insoddisfatta delle scale musicali sotto i polpastrelli doloranti, della sillabazione imprecisa, della lettura alla ricerca di una perfezione che spenga il bruciore
le pagine spesse del quaderno rilegato in pelle assorbivano l'inchiostro, sfumandolo in grigio, la notte soffiava sulle ombre, appena fuori delle finestre, ricopiavo dalle tracce in matita segnate sulle pagine bianche di un libro, avevo sei anni quando fu stampato, sei anni e una vita che non ricordo, a parte la fragilità che ancora mi accompagna, la percezione del sottile strato che lega gli affetti, domande sulla funzione dello scrivere e del pensare, frammenti della vita di Beethoven per gridare sottovoce la vergogna dell'immaginazione rubata, fino a scivolare sulla vanità dell'uso rapido del blog, cominciavo a chiedermi se Montale o Luzi - in nome di chissà quale vita parallela - avrebbero usato questo mezzo per scrivere e pubblicare, domanda inutile come diceva Battisti (Lucio), sarebbero state parole diverse, vite diverse
invocazione all'intelligenza che trae da ogni impasse o impaccio, invocazione al calore nel mio guscio di latta dove mi stavo ritraendo, ridotto e dipinto, con lo sguardo oltre la stretta fessura della bocca, a respirare famelicamente il profumo del domani, solo due ore ormai mi separavano dal prossimo mattino

venerdì 18 gennaio 2008

giuste proporzioni

oggi è morto improvvisamente un cliente "storico" dello studio
sessantuno anni compiuti da pochi mesi
non che fossi particolarmente legato a questa persona, non è una questione di affetto quanto di comprensione
un telegramma alla famiglia, alla quale comunque penso, e immagino lo strazio e gli squilibri imprevisti (mio padre morì qualche anno fa, non si possono immaginare gli effetti)
mi richiama ad una certa serietà, alla cognizione dell'irrevocabile che circonda le nostre vite

impallidisce persino il gravissimo caso Mastella (che fa impallidire a sua volta la mediatica e approssimativa querelle sul papa e l'università), il comportamento indegno del parlamento, l'evidenza che in quindici anni di riferimenti craxiani/berlusconiani la magistratura è ormai considerata in primo luogo un covo di opportunisti e spregiudicati untori del quale è normale pensare che nasconda trame e complotti, dove lo scontro e l'interdipendenza dei poteri ci riporta a prima di Montesquieu, e la giustizia umiliata da cinquant'anni di crimini impuniti e da fallimentari processi di corruzione si trova una volta di più a doversi difendere da non-idee endemicamente diffuse, dove si perdono le percezioni della correttezza, della regolarità, la capacità di contestualizzare

come un soffio di vento gelido, astiosamente penso che moriranno tutti, moriremo tutti, e non vi sarà giustizia altra che questa, la giustizia dei ciechi, la cieca giustizia della fine
ogni cosa verrà dimenticata e, finché vi sarà una lingua capace di esprimere, sufficientemente capace di essere logos e non chiacchiera, la memoria sarà una vocazione riservata a coloro che sapranno sognare un futuro, a spese loro. a spese nostre.

venerdì 14 dicembre 2007

una grotta a capodanno, tanti anni fa...


avevo cominciato dieci giorni fa a scrivere appunti per questo post, su suggestione dell'amica "romagnola a parigi" Auramaga
poi le inevitabili lungaggini dovute a lavoro, impegni e stanchezza, hanno fatto sì che lei mi anticipasse in quanto a "citarsi addosso"...
e del resto gli appunti non erano granché, quindi ricomincio volentieri, in questo venerdì sera milanese davvero invernale, terso e rigido come una lama, pieno dei profumi del fuoco dei camini, della terra umida, di suoni rarefatti, come irrigiditi anch'essi dal freddo

era il capodanno del nuovo millennio, del baco e di poche altre cosette
con degli amici, la decisione di passare 'a nottata in grotta, in montagna, nei pressi di Sondrio, dove loro avevano un appartamento in affitto con stufa a cherosene, garanzia di malattie respiratorie e probabilissime esplosioni
la decisione è stata immediata, per quanto tardiva, quindi, raffazzonati una decina di compagni alla bell'e meglio (non avete idea di quante resistenze, tutti vogliono fare una festa "diversa", e poi, sì, ma al caldo, sì, ma col forno, sì, ma con tavolo sedie e companatico serviti, sì, ma con la tv che dà il conto alla rovescia...blabla..bah...) siamo partiti per i preparativi
sintetizzando: tre giorni per esplorare e trovare il luogo adatto, trasportare con zaini tre quintali di legna dopo lunghe trattative per spuntare un prezzo decente dalla baffuta e scontrosa fornitrice, fare la spesa tenendo conto che si era 11 uomini e una ragazza, di cui quattro visti per la prima volta
era una sera freddissima, più di oggi, ghiaccio sulle strade, tanto che, arrivati il 31, rischiai subito un volo colossale con le borse della spesa. riuscii ad aggrapparmi alla cancellata con furia, facendola tremare per due isolati...e restandoci quasi attaccato, come succede alla lingua sul ghiaccio...
carichi di vino, pane, carne, polenta, bicchieri e piatti di plastica, sacchi dell'immondizia per lasciare pulito, ci incamminammo in silenzio sul sentiero di neve e ghiaccio, neve che gemeva sordamente sotto gli scarponi
ora ricordo confusamente il freddo, l'eccitazione per la solitudine, la visione di alcune case apparentemente vuote in mezzo agli alberi coperti di neve
niente musica, una lunga chiacchierata, lunghe pause, fu divertente preparare il fuoco, pareri contrastanti da cittadini sfigati che non sanno nemmeno come posizionare i ceppi per far respirare la fiamma...altro che "isola dei famosi"...
la carne inesorabilmente carbonizzata e la polenta a fette che si freddava prima di arrivare alla bocca, sapore di cenere, odore di fumo dappertutto, nei capelli, sui vestiti, la schiena rivolta al fuoco bollente, il viso gelato dalla notte
poi, a mezzanotte, il vino che scendeva senza scaldare, gli occhi lucidi dall'alcool, dal fumo, da un'allegria che non prendeva la strada giusta, a mezzanotte, le finestre illuminate nella notte, sotto la neve, porte che si aprono, voci festanti e colori, una sola persona in più sembrava un mondo, l'unica donna sdraiata su un'enorme roccia piatta sopra il falò forse a contemplare l'illusione della solitudine, l'illusione della distanza dalla vita quotidiana
davvero non ricordo le frasi, le parole, ricordo i tentativi di trasmettere e ricevere sms di auguri, malinconia si faceva strada nel petto di un amante abbandonato, contemplare la stellata di dura nitidezza, dove le strade delle costellazioni si perdevano sciolte in un conteggio infinito di luci
il ritorno alla casa, poca voglia di dormire, qualche bicchiere di grappa e gin seduti sui sacchi a pelo, tentando di pompare cherosene nella stufa come fosse vino, e la notte passò in fretta, sotto lo stomaco in fiamme, lui sì, i pensieri a rincorrersi come criceti nella ruota, tenue il profumo di donna sotto il ticchettìo della stufa ormai spenta

mercoledì 28 novembre 2007

il resto di niente (o la cosa chiamata poesia/10)

il rock, la musica, gli weezer che passano

lo specchio da cui torno sconfitto

il giornale come sottopiatto

un solo foglio, annunci, enigmi

bar di panini e silenzi, veloci

di resoconti e liti, veloci

mangiare senza sporcare, parlare senza rumore

le ciabatte della matura cameriera

"avvocato è per lei", "1/2 litro di acqua gassata"

la cravatta un rosone blu antico

c'è qualcosa del nobile napoletano in lui

poi, il barman come un uccello stridulo e veloce

oggi piove, sembra la fine

martedì 13 novembre 2007

impressioni(smo)

la biblioteca civica ha in programma un ciclo di quattro visioni di film, due di Bergman e due di Antonioni
necessaria prenotazione nominale, quasi una schedatura, trenta posti circa in tutto, visione gratuita, del resto
stasera secondo appuntamento "l'occhio del diavolo" di Bergman, il primo ce lo siamo persi, martedì scorso, martedì prossimo "Blow-up", già visto, e poi, dulcis in fundo e soprattutto, lo attendo da parecchio tempo, "Professione reporter"...

l'aggiornamento del sistema informatico procede per conto suo, lentamente, spero di non fare troppo tardi, una pizza al volo e poi a piedi nella sala di proiezione. la biblioteca è a duecento metri da casa, fortunatamente. ma la casa è a più di mezz'ora dall'ufficio.
musica in sottofondo, jane's addiction, pearl jam
sul tavolo un disordine solito e insolito insieme
un bilancio da sistemare, come si usa dire quando si coprono delle mezze schifezze
un foglio A4 diviso a metà su cui ho appuntato delle figure ritmiche da eseguire con la chitarra, captate in auto mentre tornavo da un appuntamento questo pomeriggio
report dei tecnici spiegazzati e ancora non buttati via, post-it abbandonati sotto un cd-rom (non nel senso di zingaro, dio che battuta miserrima) di una banca dati
ho lavorato così di malavoglia oggi, con occhi pieni di cotone, pelle di carta e foglie secche, pensieri col fiato trattenuto, pensieri inadeguati, inadeguati a cosa?
stanchezza e voglia di piangere, ma soprattutto di ridere
dopo una nottata pesante, di liti, di incomprensioni, di senso di inutilità, di debolezza soffocante
e una resistenza indomita al precipitare
la mia lingua tagliata è il termometro, spezzo tutto quello che mi capita sopra la lingua, ma i cocci non mi feriscono
sentirsi appesi ad un filo, da sempre, sentirsi soli fino a battere i denti
ma perché, mi chiedo, dov'è l'errore che mi porto dietro
riflettere sulla condizione di automa rotto, come diceva il poeta
tento inutilmente di definirmi, entro ed esco dalla realtà, leggero e pesante
frenetico alternarsi di umori, di visioni del presente e del passato
ma una resistenza indomita al precipitare, all'assaporare quell'acidula dolcezza del sentirmi votato alla caduta, resistere alla voglia suadente, infida, di abbandonare tutto
a chi mi dice che non vedo sfumature, dico che ha ragione
per quanto si ingrassino frasi e si moltiplichino i decimali non c'è modo di attutire il passaggio tra zero e uno, tra essere e non essere
si gioca in una infinitesimale frazione, ma è una distanza netta, incolmabile, una differenza assoluta
vorrei che tutto durasse per sempre, e poi finisse subito
vivere è una gioia
il vissuto è una pena
la cura è non amare più
la cura è amare subito

lunedì 29 ottobre 2007

durate interrotte


ci sono giorni in cui sembra così breve il tempo
tra il comico e il malinconico
per esempio, venerdì, unico giorno di sciopero del pubblico impiego, era il giorno fissato dopo una settimana di rinvii per fare tutte le commissioni...presso gli uffici pubblici, ovviamente
traffico, ovviamente pioggerella impalpabile ma molto bagnata
odore di fornai, di cani a passeggio, negozi di parrucchiere che sussurrano calore e intimità con la voce dei phon, profumo demodé di lozioni, vecchie signore che scendono dai bus piegate in due dall'artrosi come sedie a sdraio su un terrazzo, note musicali fioche dalle cuffie dell'alienato di turno, saluti vaghi e svelti di vicini che si conoscono appena, cerco di assorbire, di respingere, è poesia, è non-poesia, male di vivere, felicità sprecata, semplice ignoranza, tre donne intorno al cor mi son venute bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli, conto e riconto le sillabe come gradini -
qualcosa mi prende alla gola, davanti alla porta dell'unico ufficio funzionante in tutta la sede INAIL, e mi sento di nuovo e ancora lo studente, il mendicante, il senza patria, nudo di fronte ad una porta aperta, dietro la quale mi aspettano funzionari svogliati, tristi ma tutto sommato gentili e quindi perché questo freddo che viene da dentro, la frattura, girarsi indietro e vedere i ponti crollare...

giorni in cui dormire troppo o non dormire affatto non fa differenza, dove nelle frasi precipitano i "non", le difese, il guscio d'argento galleggiante su un mare soltanto sognato, luogo di pace e rinascita, timpano, staffa del silenzio invocato e fuggito. mi guardo allo specchio, i capelli sarebbero da tagliare, per quanto siano rimasti in pochi a tenermi caldo, abituati alla libertà del tosapecore fai-da-te crescono facendo una strana spirale al centro della testa, rendendomi simile ad un animale preistorico. chessò, un velociraptor, potrebbe essere?
sorrido appena e mi lavo i denti. dopo di solito mi sento meglio.
ma porto dentro e sono dentro al serpente della notte, serpente cavo, blu e rosso, serpente antico, freddo e coperto d'erba. cuore del mistero dei miei crolli e delle mie esplosioni di gioia.

venerdì 14 settembre 2007

la strada per altrove

martedì 11 settembre è morto Joe (Josef) Zawinul.
non sembri cinico il "sorvolare" sull'anniversario della tragedia del WTC di New York, per le vittime della quale provo infinita pietà, mista a forte critica per la politica americana, alla retorica dei paladini del bene contro il male blablabla, dell'attacco cialtrone a sorpresa quando vi sono quantità di motivi per dubitarne e adombrare la solita vecchia banale squallida smania di potere.
non sembri cinico il non menzionare la scomparsa del povero Luciano Pavarotti, di Big Luciano blablabla, già cibo per trafiletti e giornaletti, per popolino abbarbicato alla sua bara in cerca di comparsate e invasioni di campo visivo di celebrità più o meno vere. la sua dedizione alla musica speriamo sia l'unica cosa che resti davvero nel tempo.

ma la morte di Joe (Josef) Zawinul non è intrisa di menzogne e grassa di cibo per addomesticare e non saziare l'ignoranza. Joe è stato uno dei più grandi musicisti, pianista e compositore, del Novecento. non seguo quasi mai i telegiornali, ma nemmeno nelle rassegne stampa ho sentito la notizia. un sms di un mio amico bassista mi ha messo al corrente di quanto accaduto.
aveva 75 anni, miracolosamente, data la vita intensa ed eccessiva.
Joe è l'autore, mai troppo celebrato, di Birdland, brano addirittura famoso, sebbene l'unico.
Joe è intervenuto alla grande alla fine degli anni '60, dopo una carriera già di tutto rispetto, a New York già da una decina di anni piombatovi dalla sua Vienna dove è tornato per morire, scrivendo In a silent way per le sessioni di interminabile sperimentazione di Miles Davis. un capolavoro inaudito. ha suonato con praticamente tutti i più grandi musicisti jazz del secolo, è stato uno scopritore di talenti di prim'ordine, carattere difficile ma entusiasta, creativo al massimo grado.
Joe è stato fondatore, con Wayne Shorter, degli Weather Report, laboratorio di jazz, rock, di musica vera e vitale, padre, insieme a pochi altri, di quella fusion poi diventata tanto di moda.
Joe ha arricchito la vita di coloro che lo hanno incontrato e di chi, come me, più modestamente, ha potuto "solo" ascoltarlo, anche dal vivo, perché fino a pochi mesi fa, coi suoi Zawinul Syndicate, ha continuato ad esplorare e contaminare musiche e culture traendone armonie e provando instancabilmente ad accostare elementi tra di loro, alla faccia dei conflitti.
in coda alla sua musica, è andato via. ha provato a raccontarci qualcosa del mistero della vita.

grazie, e addio. senza applausi, please, il silenzio è musica.

mercoledì 18 luglio 2007

interno d'ufficio con gatta


di nuovo, allo scoccare delle 18, l'ufficio ritrova quella dimensione intima rimasta latente nel corso della giornata bollente, sovrappopolata e mediamente frenetica. la gatta si avvicina e salta sulla scrivania, in modo da poter incrociare il leggero moto d'aria del ventilatore, e si predispone alle pulizie sistemandosi nella cassetta dei documenti, mentre ticchetto sulla tastiera un po' per finire il lavoro - che con la temperatura tende a rammollirsi e ad allungarsi come una gomma da masticare attaccata alla suola delle scarpe - e un po' per scrivere, cercando di non pensare alla mosca che ostinatamente si posa ovunque, senza accorgersi di guastare tutta la poesia del momento. mah.
non smetterei mai di ascoltare nutshell degli alice in chains, lenta e ipnotica, una confessione straziata ma che non riesco a definire banalmente "triste". è vera, ispirata, traboccante d'amore e di pena. si addice perfettamente alla foto qui accanto, scattata da me dall'ultimo piano del Centre Pompidou, nel gennaio 2006.

venerdì 13 luglio, concerto del trio capitanato da Keith Jarrett in piazza della loggia a Brescia.
sullo strascico polemico dovuto all'accaduto ad umbria jazz non mi soffermerò. in rete esiste abbastanza documentazione per farsene un'idea. aggiungo solo che jarrett ha colto l'occasione in questo nuovo concerto, secondo molti, per recuperare gli eccessi donando ben tre bis al pubblico che comunque affollava la piazza.
il viaggio è stato mostruoso, il tratto di A4 è funestato da lavori in corso, un numero di camion impressionante, e l'altissima maleducazione degli italiani al volante ha fatto il resto...tre ore per percorrere il tratto milano-brescia ovest. quindi, graziati almeno nella ricerca del parcheggio, io mia moglie e mio cognato ci siamo fiondati a passo di marcia verso la piazza transennata e picchettata da odiosi sorveglianti che, a concerto già (appena) iniziato, non si sono lasciati impietosire ed umanizzare dal nostro trio vagabondo sventolante i biglietti, per evitare di circumnavigare l'oblungo centro cittadino verso l'ingresso ufficiale ormai deserto...ma tant'è, i posti erano già occupati in rigoroso disordine, quindi, culo a scacchi e orecchie spalancate sulle gradinate. finalmente l'aria fresca, finalmente la piazza silenziosa, le teste accarezzate solo dalle note libere danzanti emanate, letteralmente, dai tre musicisti in unione mistica sul palco. già, i tre musicisti: Keith Jarrett al pianoforte, Gary Peacock al contrabbasso e Jack deJohnette alla batteria. livelli assoluti, un concentrato di storia del jazz e della musica del novecento. un momento da raccontare ai figli ed ai nipoti per chi, come me, a causa di un'età comunque troppo giovane, gran parte dei geni li può e li ha potuti ascoltare solo in registrazione.
il raccoglimento del pubblico mi ha sorpreso, l'attenzione, il respiro. l'unico semaforo della piazza continuava a sgranare le successioni di verde e rosso, ipnotico, finché un velo nero stesovi sopra da qualcuno ha trasformato la piazza in una camera da letto, abat-jour smorzata. le logge appena illuminate, nobili e antiche architetture, una in particolare pareva abitata da eletti a suggerire feste cene e sensualità languida e sfrenata, mentre i fortunati abitanti delle case stavano sui balconi e alle finestre ad assorbire il canto della sera.
la purezza non sterile dei suoni, seguire con la mente e il corpo lo snodarsi delle strade scovate dal genio ispirato, gustare le differenze tra il pianoforte libero di scandire e trasformare temi noti secondo un altro tempo, di precipitare in assoli distillati e cristallini oppure gorgoglianti di anse e cascate, e il contrabbasso logico e melodico, rigoroso e libertino dalla voce pastosa, mentre piatti e tamburi porgevano lo scalino al momento giusto per spiccare il volo o riposarsi a terra un istante. la mia pelle sussultava e ondeggiava come fosse stata d'acqua. forse lo era davvero. quella musica è diventata parte di me, della mia confusione e della mia gioia, che in questi giorni mi perseguitano. di più è difficile dire.

martedì 3 luglio 2007

night & day


e così ho scoperto davvero, per la prima volta, quella che è la mia città natale e che, in oltre trent'anni di vita non avevo mai vissuto né percorso in lungo e in largo
quasi oniricamente, quasi selvaggiamente, quasi camminando all'indietro con la memoria attenta e smaniosa, furiosa di volontà di assorbire colori, prospettive, nomi, suoni, consistenze, odori, di riscoprire luoghi e punti di contatto tra racconti e immagini presenti e passate, dentro le voci dei nonni, dei genitori, le voci dei morti e dei vivi
lungo una notte, la famosa o famigerata "notte rosa" sulla riviera romagnola, dedicata a rimini
parcheggio gramsci, ore 18 circa, mollo l'auto, è ancora mezzo vuoto - o mezzo pieno, mi sento ottimista - gli "eventi" cominceranno tra poco
trascino mia moglie lungo le prime strade, sbucando a lato del magnifico Tempio Malatestiano, prima celebrata opera del maestro umanista Leon Battista Alberti cui è dedicata la strada che fa angolo con l'imponente facciata bianca, moderna e metafisica nella sua natura incompleta e frammentaria
le luci di piazza tre martiri sono tinte in rosa, come molte o quasi tutte quelle presenti lungo i 110 chilometri di costa coinvolti nella festa, in fondo l'Arco di Augusto pennellato di luci fucsia come, al lato opposto del corso, il ponte di Tiberio
una birra piccola seduto davanti al chiosco delle informazioni, e sfogliamo il libretto preparato ad hoc con l'elenco di cose luoghi persone da scegliere
le emozioni e i pensieri corrono veloci, le parole si inseguono e si mangiano, dimentico la balbuzie e vorrei essere solo a tuffarmi per la sterile gaudente vita che va sfiorendo e rifiorendo, che va a defluire in rigagnoli di sudore e frasi rubate ai conversatori occasionali che incrocio
cominciamo, troppe gambe, troppi occhi truccati, troppi sorrisi mi sfiorano, troppi tessuti profumati portano via un battito accelerato
ma dentro il Giardino del Lapidario romano cantavano arie ispirate al canto V dell'Inferno, i versi di Paolo e Francesca armonizzati e melodizzati più o meno soavemente da compositori borghesi dell'Ottocento, l'aria tiepida, le voci femminili eteree e di minerale fermezza si riversavano tra le numerose persone attente, già sazie del piccolo aperitivo offerto del quale nel giro di pochi minuti non era rimasto più nulla, io fissavo il tetto dell'ex convento che chiude a sud il giardino, file di mattoni adagiate l'una sull'altra che sembrano morbide come pasta, Paolo e Francesca rapiti a stomaco pieno, poesia da recepire nel borghese appetito passato, poesia dell'aria tiepida e dei tetti di pasta, degli echi e dei canti delle rondini in contrappunto
mi stavo inacidendo e macerando inutilmente
meglio fare due passi con tutta l'indecisione che posso, bocciato il ristorante greco appena fuori dal Museo cittadino, sbircio i prezzi delle case, non si sà mai, il pensiero di trasferirmi riaffiora periodicamente, e mi scaldo le mani sulla pietra bianca ancora calda del Ponte di Tiberio
borgo San Giuliano è stato rimesso a nuovo, decisamente bello, fa venir voglia di suonare ai citofoni e chiedere se si può entrare a curiosare quelle intimità così perfette di terrazzi e piante domestiche rigogliose, luci soffuse, televisioni e stereo a volumi di vacanza
cena alla trattoria da Marianna, che un dio l'abbia in gloria
pesce eccellente, guazzetto di vongole da foto ricordo, per un semplicione in fatto di pesce come me è praticamente il paradiso, mangio gloriosamente, felicemente, arriva un fisarmonicista ad allietare con temi felliniani e l'immortale romagna mia, mi sento giovane e vecchio, felice e fallito, vitellone dai desideri perduti, grottesca copia in minore di un uomo d'altri tempi

eppure il tempo va, e nella conca del porto canale un tizio con la barba colorata di rosa a cui non si attaglia l'immagine di Caronte offre delle barchette per navigare in tondo come criceti marini, tra i cigni a riposo che a riva ripassano le piume, fino a superare il ponte nelle luci della sera avanzata che ormai è notte, io e mia moglie, ex fidanzati, alle prese con un amore dai contorni sempre meno familiari che fatichiamo a riconoscere, le alghe spente e odorose nell'acqua immota mi danno pena, ma a vogare me la cavo bene

un poeta parlava del suo cranio smerigliato dall'interno dal vorticare dei pensieri, e questa notte potrei essere io, pateticamente combattuto tra finti desideri e finte realtà, tracce luminescenti di intuizioni subito svanite, solitudine o no è il refrain senza sosta
il vino bianco ingerito da poco chiama una nuova pausa, in piazza Cavour al caffè teatro chiamo un cuba libre che mi assesta un duro colpo, sotto la tettoia della vecchia pescheria un quartetto suona a tutto volume classici psichedelici e rock anni '60/'70, immigrant song, foxy lady, love me two times, black night, mi accorgo di parlare pochissimo sopraffatto dall'ascolto e dal dibattito forsennato e silenzioso di ricordi e sensazioni
nel cortile del castello di Sismondo fanno letture di poemi medievali, lettrici di bravura scintillante dipanano ottave dal sapore ariostesco con ritmo e variar di toni mentre sulle mura si proiettano mappe antiche, cavalli e cavalieri, miniature e bassorilievi, incipit e colophon, e così ci perdiamo i fuochi d'artificio in contemporanea lungo tutta la costa
da qui è tutto un camminare senza sosta, verso marina centro, sul lungomare, dove suonano dal vivo musicisti italiani, dove i locali sono spalancati e affogati di corpi tremolanti, squarci di alcol e canti sguaiati, è ora di un gin tonic, col bicchiere pieno di gin, e quasi mi risveglio
cosa cercano tutti? di cosa parlano? cosa pensano? più facile scoprirlo in loro che in me. qualche frase sincera e un sorriso, il bagno nudi, un bacio, guardarsi e toccarsi senza impegno, sfogare le fiamme del desiderio che non è l'inferno, è la vita gratuita, mingus voleva salvare il mondo con le puttane, anti-ipocrite, che conoscono davvero gli uomini, che hanno lo sguardo fermo dei bambini, il re è nudo anche per loro, e chi vince vince, chi perde perde, felici i felici

la notte finisce alle quattro e mezza sulla spiaggia di marina grande a viserba, momo in concerto sotto i bagliori di madreperla dell'alba, la bassa marea scopre nostalgicamente una schiena di sabbia bagnata, in piedi sugli scogli insieme ai gabbiani qualche monaco mancato aspetta il sole, noi sdraiati sui lettini applaudiamo le musiche malate del nuovo giorno che riassorbirà presto i suoi traumi, cinque e mezza, sei e mezza, che riassobirà presto i miei dubbi amorosi sprofondandoli nell'ultimo bombolone alla crema, davanti alla stazione, riconteggio il passato accumulato, ho vissuto, non ho vissuto, bar otto e trenta, domenica mattina
a rimini, signori, si sale e si scende come dappertutto

martedì 12 giugno 2007

virtù del disordine

così anche questa notte, da non fumatore, avrei fumato facendomi sgrondare di dosso la maledizione, l'alcol, la filosofia, la solitudine, l'odore del sesso caldo dell'estate, le ventate di benzina dalla finestra, i ricordi, le promesse, le parole, vado lungo è il mio blog, farebbe più fine dire taccuino lo so, scivolano le citazioni mezze dimenticate come prese a morsi, i luoghi e le persone veduti una volta per sempre, ricchi di speranza e di desideri
ma sono qui a scrivere, prima in brutta e poi in pubblica bella copia, per il pubblico ristretto che passa di qui, s'intende, mentre sorseggio jagermeister ghiacciato
mentre credo che tutto questo sia costruttivo, quando so benissimo che baratterei subito con una notte folle, con una nuova donna da conoscere e dalla quale farmi conoscere sperando di non ripetere un copione stantìo. amo gli odori della notte, gli odori del giorno e gli odori delle donne, non dico i profumi, ché fanno sciattamente poetico e retorico nel peggior senso, non significano tutto ma solo la parte in superficie
di qui, con un salto
scorrere questi giorni, la parte buona, non è vero ma devo scegliere
i film: Uno contro l'altro praticamente amici, Tomas Milian e Renato Pozzetto, mediocre con qualche battuta memorabile e la sfacciata, crassa, grottesca messa in scena della corruzione politica com'era vista venticinque anni fa, come se oggi fosse sparita: gli usceri dei ministeri parlano solo se allunghi la centomila lire, le stanze e i sottosegretari frequentati solo da chi cerca qualche privilegio, e i portaborse contano mucchi disordinati di banconote. che fare, ridere, sorridere, criticare, prendere nota...
i complessi, di Dino Risi, episodi con cast all-star, manfredi tognazzi e sordi. film ironico, dolce, cinico sui difetti veri e presunti, sul punto di vista dove il più forte vince ed impone la sua verità, come il dentone di Sordi, e tanti gradassi odierni. le radici di fantozzi e di verdone, per esempio.
scorrettezza che significa sgrammaticare gli stereotipi.
infine, nel cuore della notte, col cuore pieno di alcol e di sonno come una sconfitta, risalgo verso me stesso. provo simpatia per i mistici e i profeti privi o ricchi di fede, pieni di verità vita e indignazione, antipatici anche, ma solo per troppo amore mitigato appena dalla non-violenza, che non ci sta alla rinuncia, miracolosamente lucidi e antidogmatici, che non guardano in faccia nessuno per poter guardare se stessi, che per voler tutta la verità ne illuminano almeno un frammento, nel dolore e nel consumarsi furiosamente. confondono l'egoismo con il martirio, ma lo fanno realmente.
tra tutto quel che dimentico, trattengo appena l'ultimo, per diventare un uomo migliore, mi dico.
quello che ha detto:
"la leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. la Costituzione gli affianca anche la leva del diritto di sciopero. ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l'esempio sugli altri votanti e scioperanti."
"ciò che seguita a cambiare di posto secondo il capriccio delle fortune militari non può essere dogma di fede né civile né religiosa."
"un rimorso ridotto a millesimi [perché ricade sul collettivo] non toglie il sonno all'uomo di oggi...c'è solo un modo per uscire da questo macabro gioco di parole. avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni."
"è noto che l'unica 'difesa' possibile in una guerra di missili atomici sarà di sparare circa 20 minuti prima dell' 'aggressore'...allora non esiste più una 'guerra giusta' né per la Chiesa né per la Costituzione."
"c'è un baco interiore dunque che svuota la grandiosità dell'edificio [sociale, civile e legale] di ogni intrinseco significato. il nome di quel baco lo conosci. si chiama: idolatria del diritto di proprietà."
"scorrette sono solo le parole false e inutili."

so di non aver scelto i passi migliori, ma solo quelli che stanotte mi vanno a genio.
dedicati ai manichei di destra e di sinistra, ai cattolici da quattro soldi, agli ipocriti in generale che vedono comunisti ovunque, e a chi vede fascisti ovunque.
chi era costui? Don Lorenzo Milani. "L'obbedienza non è più una virtù", Stampa Alternativa.
l'obbedienza no, ma il disordine sì.

mercoledì 6 giugno 2007

cuore a colazione

questa mattina la sensazione è stata quella di avere il cuore spezzato
in auto, durante la solita coda, andava lo splendido disco di antonella ruggiero, in cui rivisita alcune canzonette dell' "entre deux guerres" italiano, meravigliosamente, fisarmonica, pianoforte, contrabbasso, archi...
e le melodie, parole ormai banalizzate "non ti scordar di me", "è primavera, svegliatevi bambine" si sono aperte come un lampo la strada polverosa che porta verso le lacrime
avevo voglia di piangere
o meglio, non era proprio voglia, era desiderio, desiderio di fare l'unica cosa che mi sembrava possibile
di colpo tutto il peso della stanchezza
la rabbia e la pena per la rassegna stampa appena ascoltata
la sensazione acuta di vivere qui, dove lo splendore umano convive, non si sa come, con la più folle politica dell'abbandono, del frammento episodico
potere dell'arte, faceva sembrare tutto dolorosamente vero, e dietro ogni cosa, un riacutizzarsi del dolore
la normativa sui diritti d'autore? lasciamo stare per favore - viabilità e trasporti? ho un libro del 1968 dove già si vede il disegno della linea3 della metropolitana milanese, gialla già allora, realizzata oltre vent'anni dopo - crisi o non crisi di governo? ho detto che non è giornata, bush vuole vendere lo scudo spaziale ai cèchi, abbiamo avuto otto, dico otto, governi e microgoverni andreotti, da togliatti e de gasperi siamo arrivati a prodi e berlusconi e ancora stiamo a interrogarci sulla moralità della politica, aggiungerei e che cazzo se non abbassasse troppo il tono...
la sensazione di essere di vetro, il bandolo della matassa sepolto nell'orticello cui tutti dovremmo essere condannati a vivere a viso schiacciato a terra
però ora non mi viene più l'ispirazione di prima, è passato il momento in cui avrei dovuto scrivere
giuro che era tutto incredibilmente al suo posto
commovente, poetico, al posto di queste ceneri fumanti, prima di cominciare il lavoro
non ho pianto, accanto a me c'era mia moglie
forse è per questo che il matrimonio non mi rende felice
non mi sento libero di piangere
ma è colpa mia

crapa pelada fa i turtèi
ghe ne da minga ai sò fradèi
no no no no
i sò fradèi fan la fritàda
ghe ne dan minga a crapa pelada
no no no no


venerdì 25 maggio 2007

il limite dell'utile


il paese che vedete qui a fianco è Montefiore Conca, situato nel cuore dell'entroterra Riminese, ultimo baluardo dei Malatesta prima dei domini dei Montefeltro (Urbino dista una trentina di chilometri, pochi di più per arrivare a San Leo, la rocca appollaiata su uno strapiombo famosa per essere stata carcere di Cagliostro). questo è il paese natìo del padre di Bonaventura, dove tuttora esiste una casa di famiglia, un paese amabilissimo di estate, a quindici chilometri da Cattolica, i paesi in festa come non mai nel mese d'agosto, opere liriche in piazza, feste medievali ispirate ad oscuri e forse inventati personaggi storici, poeti misconosciuti da ricantare, giostre, palii, rapaci addestrati, antichi mestieri, cene tra ulivi illuminati o all'interno di chiostri sorprendentemente incastonati dove spazio sembrava non essercene, lune arrossate e mare in lontananza.

mi fermo un attimo, dopo una lunga giornata ormai estiva, il lavoro soffocante come un materasso aperto. mi vorrei fermare ma temo di non riuscire più a ripartire, vinto dal senso di smarrito abbandono che mi accompagna sin dall'infanzia, avete presente il Woody Allen bambino di Radio Days, che pone domande esistenziali cui nessun adulto sa rispondere?
i ricordi si esibiscono in una risacca degna di miglior mare che non l'Adriatico, ne convengo.
magari il Mediterraneo di Les Saintes-Maries de la Mer o l'Atlantico di Lisbona.
mi viene in mente che mangerei volentieri ancora un chilo di "moules" in quel ristorantino belga ad Avignone, poco dietro il Palazzo dei Papi, e poi mi fermerei a suonare la chitarra insieme ai gruppetti improvvisati che si trovano un po' ovunque nell'estate di Provenza.

tutto questo è il riflesso pesante dell'amarezza di un lavoro condotto a denti stretti, a contatto con un fisco che il cittadino ignora o finge di ignorare. il fisco meraviglioso di un paese meraviglioso, dove la purezza di intenti dell'arte astratta trova il suo compimento più che in una tela tagliata di Fontana. sei malato? se non spendi più di 129 euro, è come se non avessi speso niente, e la parte che supera la soglia, vale al 19% (traduzione: ti aumento il reddito di 129 euro fissi, e comunque le imposte per le persone fisiche partono da una aliquota del 23% . moltiplicate per il numero di contribuenti e troverete l'ammontare fittizio per tasse vere). paghi il mutuo? gli interessi valgono fino a 3.600 euro complessivi. sempre che il mutuo sia di importo inferiore o pari al valore dichiarato della casa. (traduzione: italiani furbi che dichiarate valori ridicoli per pagare meno imposte, finita la pacchia. e comunque trovatevi un mutuo di almeno sessant'anni per stare al di sotto della soglia.).
lo so, sono cose noiose, e sono solo due delle tante, nemmeno le più ingiuste. ma l'Italia è il paese dei gioiellieri che dichiarano 8.000 euro di reddito, degli studi di settore che ti dicono quanto dovresti guadagnare per evitare che qualcuno venga a farti le pulci, sono cose noiose e per questo continuano a riprodursi e ad incancrenirsi. il codice tributario, col quale armeggiamo noi commercialisti conniventi dello stato per capire come lavorare, consta, in edizione commentata e quindi fruibile almeno in parte, di due volumi di duemila pagine ciascuno. esclusa la giurisprudenza, le circolari del ministero e le istruzioni delle dichiarazioni dei redditi che cambiano ogni anno. mentre il cittadino chiede di risparmiare, ruba come può, viene umiliato e vessato fino a perdere la sensibilità, sporca vergognosamente l'ambiente in cui vive, ecc.ecc.
il riassunto, triste solitario y final, è che per deontologia dovrei essere disoccupato. e, ciliegina sulla torta, da un po' penso che sarei più felice.

martedì 22 maggio 2007

la cosa chiamata poesia


canto una ninna-nanna
al malessere esistenziale
cos'è una vita che si interroga sul suo senso?
avrei voluto scrivere una poesia, e, mi dico,
scrivi troppo poco per essere felice
scrivi troppo poco per dirti poeta
hai amato troppo e troppo poco, dio mio
che banalità, meglio tacere, ché
dei poeti hai solo la memoria che non perdona
e porta e riporta all'infinito i profumi
di alberi che non conosci ma che trattengono
infanzia e adolescenza in un battito di ciglia
in uno stormir di fronde tiepido
nel pomeriggio bollente
nell'estate ormai trafitta di luce
vuoi far la cosa chiamata poesia
come il giovane ceco caro agli dèi
vuoi vivere? vuoi morire?
vuoi farti bello di tutto ciò che non sai?
cos'è la cosa chiamata poesia
in questo silenzio
e questa ninna-nanna senza risposte
e senza sonno

mercoledì 16 maggio 2007

niente da dichiarare

"Addio", stavo per dirti. Ma trattengo la voce,
mi volto, ti rimango vicino, notte infernale,
per me, la lontananza, notte amarissima,
un vero oltretomba. La luce dell'alba
è la tua luce. Ma essa è muta, mentre tu,
più dolce di un canto di sirene, mi porti in dono
la tua voce. E alla tua voce si aggrappa la mia
speranza di essere vivo.

(Paolo Silenziario, dall'Antologia Palatina, V, 241)

Tutto il giorno sono stato malato di nostalgia, il ricordo invadente di quella ragazza che domenica stava seduta nell'erba, acciambellata, gambe incrociate, ad ascoltare quel manipolo di pazzi, tra i quali c'ero pure io, che si alternavano sul piccolo palco montato all'interno della radura a recitare un pezzo della loro vita vera o inventata che fosse. Occhi scuri spalancati e attenti, labbra e maglia rosse, mani ondulate e disegnate finemente, come foglie, e un viso che non si dimentica, i tratti forti, non belli eppure attraenti, capelli castani lisci raccolti semplicemente come fieno o tessuto prezioso, il suo corpo robusto eppure teso, turgido, promettente. O di quella signora nel vagone della metropolitana, lunedì sera. Salita a Cadorna, da seduta non toccava neppure terra nella sua gonna nera a fiori bianchi, il naso presbite affondato nel display del cellulare e leggere o scrivere chissà cosa, e poi è sembrata addormentarsi, il capo rugoso ciondolava ai sussulti delle fermate e delle partenze. Immagini, idee, desideri inespressi certo, ma quanta fatica oggi, accidenti a me.
Tutto il giorno malato di nostalgia, inutili dibattiti tra politica e religione, inutile lavoro di cesello e frodi fiscali, ma ritornerò sull'argomento. La pausa pranzo è scivolata via pesante come il varo di una nave destinata ad affondare. Meno male che poi ha smesso di piovere e lo squarcio azzurro del cielo mi ha riportato il sorriso. Fino ad ora.
Buonanotte.