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martedì 14 luglio 2009

semi di contemplazione


" Sai com'è? I comunisti vivono male, te lo dico io, perché sono invidiosi."
tra il tintinnare di bicchieri e forchette, rimasugli di pizza, mentre il cameriere svolazza servizievole ad offrire dei freschissimi cannoli siciliani, che lorsignori nemmeno mangeranno, si levano leggere queste conversazioni
"Se io vincessi, ad esempio, duemila euro al giorno con le lotterie, quanto fa? Sessantamila, ecco, non li dichiarerei e mi verrebbero a controllare, non ho fatto niente di male..."
la camicia azzurra tira un po' sulla pancia, cinquant'anni penso portati bene, capello grigio medio/lungo, e scarpe sportive
"L'anno scorso, quando facevo l'elettrostimolazione, le mie gambe erano toniche da morire"
mormorano le signore, che non sudano, esalano profumi come piante tropicali dietro il loro trucco inattacabile. hanno dei figli, uno piccolo, nel passeggino, sono amorevoli, accondiscendenti, liberali, perfino kitsch come zuppiere di ceramica.

può succedere, è successo. pensavo che qualcuno avesse dimenticato la televisione accesa.
il mio piatto di scamorza ai ferri diventa quasi insapore. misuro a passi mentali le distanze, l'assenza di un varco per comunicare
tra una pagina di Barthes, una poesia di Montale
il sogno di una cosa e l'evasione fiscale...

non ci si sente migliori. ci si sente soli e preoccupati.
(i cannoli li ho avuti anche io, ma li ho dovuti chiedere)

"tutto concorre alla grande opera borghese di ridurre, alla fine, l'essere a un avere, l'oggetto a una cosa"
Roland Barthes
, Miti d'oggi (Mythologies), p. 156

venerdì 26 giugno 2009

amori e neuroni

il letto sembra enorme.

sul soffitto non accade nulla, come al solito, anche se lo sguardo corre eternamente sulla stessa pista. mi sembra di non conoscerlo affatto.

musica spenta, luce spenta
solo il respiro di lei, che attende che il mio male passi
una parola sarebbe il segnale, forse
cambia posizione spesso, dev'essere scomoda
la vedo, non è che non la veda, come se gli occhi avessero una coda, ma resto inesorabilmente immobile
la prima frase arriva, forse non sto dicendo nulla
tra una frase e l'altra, sempre il suo respiro

si intravvedono appena le tende muoversi nella brezza serale di un giugno insolitamente fresco.
alle 22:23, guardo l'orologio per conferma, ma sono sicuro, comincia la commedia inesorabile dei vicini, in replica ogni sera. la loro tagliente e ostinata ottusità manda in frantumi ogni pensiero.
la moglie apre il portone, dopo pochi istanti arriva l'auto del marito, chiudono portone e garage, e iniziano a litigare

la mia ultima parola non è mai arrivata, so di essere stanco.

sabato 20 giugno 2009

sono un autarchico


il modo migliore per attuare l'eutanasia di un intero paese.

sta riuscendo a meraviglia.

soffocare nel proprio vomito, per una rockstar è la consacrazione, per una società è un'allegra tragedia. o il sogno realizzato di stolidi conservatori.

non oserò mettere le mie parole avanti a quelle del mai troppo compianto maestro Dionisotti.
pochi come lui erano consapevoli della sottile mistificazione contenuta nel proliferare delle informazioni, degli studi, delle opinioni, che allontanano dall'unica possibile fragile verità, quella delle fonti.

sabato 23 maggio 2009

Gogol'

era lucido e ironico, sino alla follìa
lo sguardo sempre sdoppiato, dentro e fuori al racconto, come fosse un regista che parla in continuazione e sa che la sua opera è un gioco ridicolo, magari bellissimo, ma confezionato ad arte e ridicolo

non c'era tragedia nella sua vita, come nella mia
solo un indistinto ardore, e le opere a marcare la sua via, come pietre miliari
forse avrò l'onore, magari avessi l'onore, di marcare così la mia, prima di bruciare tutto e andarmene

nella notte, oltre alle auto che sfrecciano sul selciato, come rumorosi cani da guardia, rimangono le parole e i ricordi ad emergere da soli.
questa paralisi fa più male di...più bene che...l'ho dimenticato
il sudore si è raffreddato ed è svanito, odore intenso della pelle
buonanotte

martedì 10 marzo 2009

petit déjeuner du matin



il cambiamento di pelle avviene lentamente

sento l'aprirsi e il correre delle lacerazioni, lo seguo con il respiro e il pensiero, mi sforzo di percepirlo. e ci riesco. un brivido, e nessuna certezza di quel che sarà.

che stordimento, vivere in un paese di arte e menzogna, di politica e di verità. ogni istante come un interruttore, come uno scambio di binari, a scegliere fra i due. pericoloso, imbarazzante, ridicolo. sillabare lentamente le parole per iniziare ad avvertire cosa significhino, e staccarle dagli indegni parlanti.

sono vago, e rifuggo dalla facile ironia.
ma che dire a proposito di tutto il ciarpame che ha invaso la cronaca e le teste degli italiani?
cultura della vita, cultura della morte, castrazione chimica, avvocato Mills?, revisionismo e altari(ni), stupri staminali, maternità in coma, ronde non danzanti, nucleare vigliacco, crisi e bisi...l'Italia ha una crisi di rigetto, la politica è stata male impiantata, la cultura rischia di non essere compatibile.

sarà che ho questa vecchia fame d'amore, inestinguibile. sarà che la mia pelle si rompe come un fazzoletto di carta, e un'altra volta posso guardarmi sotto, guardarmi dentro, con l'urgenza di non sprecare nulla.

"Non possediamo un corpo divino, ma la compassione può darci un corpo divino.
Non abbiamo potere divino, ma l'onestà può darci potere divino. Non abbiamo intelligenza divina, ma la saggezza può darci intelligenza divina. Non possiamo compiere miracoli, ma se non creiamo ostacoli possiamo compiere miracoli. Non possiamo salvare il mondo, ma la nobiltà d'animo ci farà salvare il mondo" (Deishu Takahashi 1835-1903)


venerdì 5 dicembre 2008

la chiamano "libridine"...

gli scaffali di poesia, da qualche tempo, vanno assomigliando sempre più a quei ripiani di cucina nelle case delle nonne, piene di piatti e zuppiere di ceramica in forme floreali e colori vistosi.
le copertine sono spesso così, indici di sentimentalismo semplice, di saggezza inerte e a buon mercato, di ritraduzione infinita dove ormai il lavoro artistico e ispirato è consunto, liso, e lascia intravvedere le trame grossolane di un orizzonte limitato, in cui gli stereotipi rubano la scena alla verità.
e, quel che è peggio, quegli scaffali sono insopportabilmente tristi.
la poesia che non è più, se mai lo è stata, strumento di conoscenza, bensì surrogato condensato di romanzi rosa, metadone di libidini travestite da "romanticismo". una collazione di incarti dei celeberrimi baci perugini, insomma (e per farla poco lunga).
neruda, la merini e "l'amore" la fanno da padroni, persino i loro rigetti vengono editati e catalogati tra i capolavori, dopo la "raccolta" di ligabue e prima del più trito prévert, ridotto all'ombra di se stesso.
le gioie più grandi mi vengono allora, per fortuna, dai negozi che vendono libri usati o "remainders", dove posso coccolarmi e sorprendermi aggirandomi come in trance davanti a libri altrimenti introvabili o razzisticamente troppo costosi.
ultime gemme scovate, le poesie di Delio Tessa e di Marianne Moore, volumoni carnosi e caldi come una stretta di mano, gonfi di speranza e di desiderio, speranza e desiderio di parole nuove, di intuizioni e verità che rendono l'attesa inebriante.

lunedì 27 ottobre 2008

punti mobili


altro che punti fermi

questo blog, strano (ma forse non così tanto) a dirsi, non so dire se mi somigli troppo o non mi somigli affatto

sempre in bilico tra il pudore della pagina di diario e marginali considerazioni civili, politiche

mi somiglia in quanto non mi mette mai a fuoco
non mi somiglia in quanto manca di spontaneità

ho imparato molto in questo anno quasi e mezzo di scrittura in rete, e di letture e confronti. nemmeno pensavo che sarei arrivato così lontano nel tempo.

la scrittura è un curioso esercizio, necessita di tempo e di silenzio ed è per sua natura, quindi, in opposizione ad ogni istante della mia vita quotidiana. e a quelli di qualche altro milione di persone.
di questo ne soffro, mi ritrovo sempre sbilanciato tra il desiderio e la sua realizzazione, soffocata e risospinta verso un indeterminato futuro, che brilla là in fondo, età dell'oro o utopia cui non credo minimamente.

oggi il tempo non aiuta, sono sopraffatto dall'amarezza di questo buio lattiginoso di autunno, che ancora non profuma di legna che arde, non sa di intimità. è una sera aspra, tagliente, non riesco a ricavarne nulla, se non schegge di un entusiasmo bloccato.
riflesso di una crisi morale, spirituale, civile.

ho cambiato auto, ma non basta.
sono diventato un aikidoka, cioè un praticante di Aikido, leggo coacervi di scritti che narrano della vita del fondatore di questa particolare arte marziale, in bilico tra shintoismo e buddhismo, ma non è una fede religiosa quello che cerco, quanto una sapienza del corpo, una chiave che apra il mistero del ponte tra corporeità e linguaggio. finché ne avrò voglia.
come Yukio Mishima, magari senza finire suicida, ecco...
e così vago, divorato da strani appetiti, cammino sulle onde di un vortice che non mi dà tregua, per dire che? per fare che?
non riesco nemmeno a disinteressarmi totalmente del liquame politico italiano, dei miasmi delle non-notizie, firmerò contro il Lodo Alfano, e altre amenità.

definitivamente, non prendo sul serio quasi più nulla.
a parte la poesia, la musica, il sesso, il cibo e l'umiltà.

giovedì 9 ottobre 2008

stratagemmi


al mattino presto, per evitare (in parte) il traffico, attraverso le stradine "di campagna" del Parco del Ticino, a due passi dal caos.
già da qualche settimana c'è una lieve foschia, come cotone posato sui campi, e gli aironi, eleganti e filiformi, hanno un che di spettrale e familiare sotto il cielo arrossato.
poi, da qualche giorno, cumuli di letame fumante riposano come un grande corpo sudato e scuro, sfinito e steso a terra.
intanto va il radiogiornale di Radio Popolare. come controcanto ai fantasmagorici e omertosi TG.
eppure anche qui notizie indigeribili, plasmate ad uso e consumo. dopo Abba, siamo tutti Abba, cominciano "fare notizia" episodi di pestaggio a sfondo razzista. non mi piace questo clima, non mi piace pensare che si stia scherzando col fuoco a voler imitare "i film americani". non mi piace pensare, ancora, che ci siano delle complicità che fanno comodo a tutti, bianchi e neri, fascisti e comunisti che non si svegliano da un passato nato morto ma che tengono in vita con vero accanimento terapeutico. una melma densa nella quale stanno affondando lente le borse e le banche, nel vuoto pneumatico dell'assenza di una qualsiasi strategia, una gara di prefiche e di paparini premurosi a piangere e rassicurare sul latte versato e irrancidito di un sistema tanto odiato fino a ieri, ma che oggi si vuole "salvare" chissà come, bruciando inutilmente enormi risorse invece di cogliere l'occasione per attuare "una svolta".
mi chiedo che razza di tempo sia questo.
domanda inutile, non lo amo questo tempo, non lo amo.

canto a squarciagola con Bennato, che forse mi passa...

quanti libri di storia-a-a-a
tutta la civiltà-à-à-à-à
c'è un elenco di buoni-i-i-i
i cattivi di là-à-à-à-à
sono tutti schedati,
eh! ma che bella città!

sul giornale c'è scritto-o-o-o
puoi fidarti di me-e-e-e-e
il peggiore di tutti-i-i-i
si è scoperto chi è-è-è-è-è
ha le ore contate,
eh! ma che bella città!

venerdì 3 ottobre 2008

detti e frecce

pare che al Maestro Unico, novello Orlando del Rigore e della Disciplina scolastica, verrà assegnata un tutina d'ordinanza con tanto di mantello, M sul petto e manganello alla cintura. ovvamente solo dopo che sarà stato forzosamente reclutato per piombare nell'universo femminile dell'istruzione elementare.
le maestre, uniche ed insostituibili, ringraziano.

tutto questo lo trovate scritto molto meglio e più dettagliatamente sul penultimo numero di Diario.

aggiungo solo il mio fastidio endemico verso la propaganda e l'idiozia, che quasi sempre si risolvono in danno o dramma.

amen.

lunedì 22 settembre 2008

in memoriam

Aulo Gellio visse nel II secolo dopo Cristo.
Esponente dell'alta società romana, viene ricordato per le sue Noctes Atticae (Notti Attiche), opera in venti libri dove egli, in brevi capitoli, si dedica a compulsare e commentare i libri letti nel corso di una vita della quale non si conoscono che pochissimi dati.
E' un'opera preziosa, spesso unica fonte per documentare l'esistenza di opere andate perdute, delle quali riporta citazioni e frammenti, scritta in uno stile godibile e vivace.

Lo immagino, il vecchio e poco originale Aulo, alla luce di un fioco lume, intento a raccogliere le idee, mentre il pennino crepita sulla pergamena o sul papiro. Non scriveva il pianto che gli bagnava la mente, riversava invece con mentalità quasi medievale le citazioni interrogandole e mettendole a confronto, alla ricerca di un punto di vista più vicino alla verità. Conservando ancora residui della celebre pragmaticità latina, non fu feticista del "libro", ma un "alto-borghese" pronto a sceverare la formazione dal gioco intellettuale.
Lo immagino, sentendomi a lui vicino, divorato da un desiderio di conoscenza il cui senso a volte mi sfugge, ma che spesso non è nient'altro che voglia di dare voce alla mia indignazione.
Eppure, fatta la tara del "classico" pregiudizio dispregiativo sulle masse inadatte alla cultura, quanto poco basta a farlo uomo ben più avanzato e aperto dei nostri contemporanei.
Lascio a lui la parola:
"..ho sempre avuto presente il detto di quel famoso personaggio di Efeso (Eraclito ndt): certamente essere vero che 'le molte conoscenze non arricchiscono lo spirito'; e veramente nello svolgere e percorrere gran copia di volumi, durante tutti gli istanti che potevo sottrarre agli affari, mi sono tormentato ed ho faticato, ma non ricavai da essi che poche cose atte a condurre gli spiriti aperti e ben disposti al desiderio di un'onesta cultura...mi sono limitato a presentare gli elementi e, per così dire, degli assaggi delle arti liberali, quelle arti di cui non è certo inutile e tantomeno sconveniente che un uomo ben educato abbia sentito parlare e si sia occupato." (dalla Prefazione)

Le arti liberali, quelle discipline finalizzate alla formazione di uomini liberi. Reminiscenze scolastiche: per quel tempo erano grammatica, dialettica, retorica, aritmetica, geometria, astronomia, musica.
Forse bisognerebbe ripartire da qui, da un'altra idea di libertà, da un'altra idea della cultura di massa, una cultura che non sia né un lusso né un gioco di società, né tantomeno una merce, ma una necessità, il segno della fine dell'indigenza, utopia del cittadino consapevole e attivo.

E' appena iniziata la scoperta dell'uomo, e già si vuol far credere che non c'è più niente da scoprire. E' un'alba e si cerca di farla passare per tramonto.

martedì 9 settembre 2008

Farsaglia (ovverosia: viaggio in Italia)

per la sua somiglianza fonetica con farsa
se non fosse che in Italia, come ha detto recentemente Carlo Lucarelli, uno dei pochi "intellettuali" o "letterati" impegnati e coraggiosi, persino i segreti di Pulcinella e le farse fanno un po' paura, come la faccia bonacciona e stupida di un potere bambino prepotente e viziato, brutale nella sua cecità

è una transizione difficile - se di transizione di tratta - dove è arduo non credere che si materializzi l'analfabetismo secondario di Enzensberger, "vale a dire la progressiva dimenticanza delle nozioni acquisite in età scolare e l’abbandono della pratica della lettura. Poiché l’analfabeta secondario prolifera in tutte le professioni, merita il titolo di rappresentante elettivo della società contemporanea, riluttante a sottoporsi alla fatica di pensare. È accaduto così che l’incompetenza di massa sia diventata costume e ovunque risuoni una parola gridata, priva di senso, che non promette nulla di buono." (citazione da qui)
per cui chiunque può rimettere allegramente in discussione indifferentemente storia e cronaca, economia e cultura. fare le pulci e dare smentite è sempre tardivo e quasi sempre inutile, quando non semplicemente speculare per scorrettezza. i "casi" Alemanno e La Russa non sono che l'ultimo esempio in ordine temporale.
ed è inutile lamentare la scomparsa di personalità, come Pasolini, sulla prima pagina del Corriere della Sera, o come Dionisotti, impegnati a tenere vivo il legame tra cultura e vita civile.
con buona pace di chi blatera sulla scuola e i grembiulini in un paese che, solo cento anni fa, contava quasi il 50 percento di analfabeti.

e dove pullulano le lapidi in memoria caduti ma non in monumenti in vergogna dei mandanti, ancora funziona la retorica della guerra e non la realtà della miseria e dell'inettitudine.

lunedì 1 settembre 2008

mezzoforte


dal giardino, le voci dei vicini
vedo la tavola illuminata, sotto il pergolato, nella notte.
è come un sogno. come un ricordo di cose mai accadute, ma che sono l'infanzia e la vita.
nella notte silenziosa e punteggiata di luci artificiali contro i ladri e il buio, contro la paura e la solitudine. come se la realtà fosse già ricordo, fosse una speranza viva e già tradita.
ed è una immagine perfetta per la mia malinconia.

i vicini solo sfiorati, con le loro vite silenziose, sconosciute, che si aprono per un momento, non sapendo di essere ascoltate.
nella distanza, la poesia, senza stanchezza, senza significati determinati ma un canto di bambini da riempire secondo fantasia.
una lente puntata verso l'assorbimento delle angosce borghesi e banali. riappropriarsi del giardino e della notte. riappropriarsi del sogno, perché qualcosa della vita rimanga mentre i bambini vogliono tornare a casa.

sullo sfondo, rumori indistinti.
la ventola della camera da letto, il passaggio di qualche automobile, qualche motorino carico di schiamazzi, scricchiolii di zanzare catturate dalla luce viola, echi di cani lontani.
come nel corpo, non c'è mai silenzio vero, tra battiti del cuore e gorgogliare del sangue dietro i timpani, nella gola.
e il respiro impercettibile, il filo che ci tiene e ci lega.
non può finire, eppure finisce. i bambini tornano a casa e sono contenti.

giovedì 31 luglio 2008

e allora...


"Una particolare attenzione è rivolta a coloro che devono eseguire l'iniezione letale. Chi potrebbe sopportare il peso di aver ucciso qualcuno nonostante gli sia conferita questa competenza dall'ordinamento giuridico? Gli Stati Uniti d'America hanno risolto in modo molto pratico la questione. Durante il procedimento di esecuzione della pena vengono scelte tre persone competenti della materia che sceglieranno una delle tre siringhe tra le quali ve ne sarà solo una con il contenuto letale. L'esecutore non potrà quindi sapere se la sua iniezione è stata quella letale, risolvendo così in maniera pratica un problema che riguarda la più intima parte della coscienza umana."

a volte penso, come ieri sera, al perenne contrasto - tutto ideale - tra caso e necessità, roba vecchia si potrebbe pensare, ma che non muore mai. per fortuna.
mi capita di pensare, ad esempio, a cosa sarebbe accaduto se fosse morta mia madre invece di mio padre, allo sfascio, agli odi che sarebbero esplosi. invece no, l'ordine delle cose è stato diverso. e, a dirla tutta, sapevo che sarebbe andata così.
è strano che uno come me, ciondolante tra pessimismo cosmico, fosse di depressione, e incontenibili ondate di energia, è strano ma forse non poi così tanto, che io sia pervaso da una sorta di solidità fiduciosa nei confronti degli eventi della vita. è come un senso aggiuntivo, impalpabile, che mi suggerisce prima se quello che sta accadendo è conforme o meno agli eventi precedenti. perché non conosco nessuno che non sia in grado, a posteriori, di ricostruire genealogie più o meno fantastiche, più o meno mistiche, più o meno scientifiche. ma forse, fino ad ora, la "realtà" si è divertita ad assecondare questo mio divinare in erba.
forse.
forse basta non credere troppo a ciò che accade manifestamente, a ciò o a chi ostenta una mancanza di segreti. forse basta credere nell'invisibile e nell'inudibile quel tanto che basta a non diventare proseliti di qualcuno o qualcosa. insomma, non credere troppo facilmente alle scolastiche: al complesso di Edipo o alla volontà di un dio e derivati di vario genere.
la semplificazione è un segno del male, dell'inaridimento umano.
così come il credere ad una soluzione pratica per i problemi di coscienza, come si dice più sopra. qualcuno prima o poi dovrà prendersi la briga di spiegare il contenuto di queste frasi, senza affidarle ad un vuoto e vago consenso, disumano, idiota e crudele.
ogni cosa punta a eludere la parte di scelta e consapevolezza necessaria dell'Essere umano.
le domande sono confini per le risposte, la libertà somiglia troppo alla legge del più forte.
e la mente che trova le risposte è già diventata altra rispetto a quando poneva le domande.

martedì 22 luglio 2008

Italia - Ungheria 0-1

a proposito di Ady, poeta ungherese
scrisse:

Riteniamo e proclamiamo che la società ungherese - in quanto si possa considerarla esistente - è incolta, minorenne, superstiziosa e malata.
Riteniamo e proclamiamo che pressoché tutte le relazioni dell'attuale società sono false e pericolose.
Riteniamo e proclamiamo che, nell'attuale società ungherese, ogni cosa sta nelle mani dei signori religiosi e laici: tradizioni superstiziose tengono in schiavitù milioni di cittadini.
Riteniamo e proclamiamo che, se vogliamo continuare a vivere, dovremo distruggere i baluardi del militarismo, del clericalismo e del feudalesimo.
Riteniamo e proclamiamo che le tradizioni antiquate e i privilegi asineschi che ne derivano debbono essere sostituiti dai meriti del lavoro e che, se il conservatorismo, il vacuo nazionalisteggiare e la limitatezza delle idee si metteranno contro di noi, ebbene, noi dovremo schiacciarli.

e lo scrisse nel 1902
sostituendo "italiana" ad "ungherese" non si direbbe

giovedì 17 luglio 2008

crisi di rigetto


puzzo. finalmente accetto il fatto che puzzo. fino al midollo, in ogni fibra, in ogni angolo dentro e fuori. sono inquinato, irrespirabile, immangiabile. trentaquattro anni che respiro un odore insopportabile, e veniva da me.
puzzo di retorica, di infelicità, di malinconia, di impotenza.
puzzo di modernità e di tradizione, di memoria e di ribellione.
puzzo di movimento e di staticità, di godimento e di frustrazione.
puzzo di dolore, di luci e di ombre.
puzzo di solitudine e di infedeltà, di cinismo e di allegria.
puzzo di sordità e di parole morte.
puzzo di fame e di sete, di delicatezza e di brutalità.
puzzo di denaro e di sesso, di fallimento e di conquista.
puzzo di interesse, di debiti e di crediti.
puzzo di odio per il lavoro e per il prossimo che è come me stesso.
puzzo di disprezzo, di ipocrisia.
puzzo di poesia, di instabilità, di energia.
puzzo di sincerità, di timidezza, di fuga.
puzzo di vergogna, di bellezza, di occasioni.
puzzo di disperazione e di voglia di vivere.

prima viene il titolo, ultimo il corvo e poi i fiori, fuori il giardiniere che mantiene il giardino mantenuto da noi.
non recidere forbice quel volto, solo nella memoria che si sfolla e lasciami sanguinare, lasciami piangere sul lettino dell'analista o della spiaggia, tra le mani il lenzuolo o la sabbia come un velo d'erba secca.
ma che nessuno mi venga a dire di aver capito, poiché nessuno è disposto ad ammettere di puzzare irrimediabilmente.

venerdì 13 giugno 2008

il mio "contemptu mundi"


milano stenta a riprendersi una serenità anche solo meteorologica
il sole passa malamente sotto il grigio tumido e caldo delle nuvole

mattinata in giro per uffici, anche se la scadenza delle tasse è lunedì
voglio stare lontano dallo studio, dal telefono in perenne allarme, dalle ansie e soprattutto dall'arroganza media dei clienti, che ogni anno reclamano, pontificano, criticano, senza avere la minima idea di che cosa stanno dicendo

intanto in moto mi godo la corsia preferenziale degli autobus, sveltendo il percorso sulla circonvallazione affogata. guardo scorrere i finestrini delle auto ferme, come fossi sul treno

l'Agenzia delle Entrate di Piazza Stuparich offre lo stesso panorama di sempre, un baretto appena fuori dall'ingresso, lastricato di legno scuro, con un anziano abbandonato sulla panchina, fila al banco di rilascio dei numeri, ma nessuno protesta quando passo avanti, ho già un appuntamento.
nel complesso me la sbrigo in fretta, la funzionaria giovane, carina e partenopea mi manda al primo piano, in un ufficio dove stanno in quattro. una signora, che mi ricorda la mia prof. di francese mi chiede se mi da fastidio il fumo, e si accende una sigaretta. donna interessante, sarcastica, intelligente, che ha l'aria di essere sempre al di sopra delle parti. il funzionario che mi segue è cordiale, sveglio, e lui invece mi ricorda il mio primo insegnante di chitarra. nel complesso un'atmosfera accogliente, con gran sfoggio di sorrisi e attenzioni. fosse un ristorante, ci ritornerei.

poi mi invento un nuovo percorso per arrivare fino in via Melchiorre Gioia, all'INPS. attraverso la zona Fiera, arrivo davanti al Cimitero Monumentale, e in poco più di 10 minuti sono a destinazione. un ragazzo nero, fuori del cancello del mostruoso palazzo dell'Istituto, distribuisce timidamente dei volantini di una finanziaria. la luce cambia rapidamente e violentemente, da gialla a blu a quasi viola, gonfia di pioggia ipotetica e tesa che non si degna di cadere.
arrivo al terzo piano, e mi trovo proiettato negli anni '60. insegne per le uscite e le direzioni in perfetto stile d'epoca, rosse su fondo di metallo grigio. stanzone semivuoto, i cavi elettrici pendono come tendini o ragnatele sui computer, sembra tutto prossimo al crollo. arriva un imprenditore sui 50anni, nel pieno della prepotenza e delle solite lamentele echeggianti nelle teste vuote, "ormai bisogna aspettare dappertutto", e sbuffi a preduta d'occhio. lo ignoro felicemente.
il funzionario mi rimanda ad un collega "tutto in fondo a sinistra". dove mancano anche le piastrelle per terra e sembra un cantiere in costruzione. ma la stanza esiste. il signor M. è all'estremo angolo del fabbricato, dietro uno scaffale coperto da due poster sulle vacanze in Trentino di vent'anni fa. è circondato dalle piante, a terra e sopra al mobile-archivio dietro di lui. foglie mezzo riarse immerse in bottiglie di plastica tagliate, piccole magnolie, due bottiglie di vetro vuote. lui ha il volto scolorito come un tessuto colpito da candeggina. quieto, remissivo, con problemi di pronuncia. rivendica le vessazioni subite dal collega P. e minaccia denunce, a fatica. con desolante e commovente insicurezza. impossibile non sentirlo subito fratello.

torno in ufficio, in via Giambellino vedo una vecchia signora spettinata e con stampelle, nel suo vestito a losanghe gialle e marroni, senza denti, demente. poggia i fianchi a lato di un ingresso di casa popolare che porta una coccarda grigia di lutto. faccio in tempo a sentire che viene invitata a spostarsi in malo modo da due giovinastri che devono entrare nel portone in scooter. per un istante penso che dovrei passare una giornata in moto in giro per la città a scattare foto.
la nostra epoca è grigia sin d'ora, non è scolorita come l'Antichità o il Medioevo.
le piante danzano respirando, invisibili, il mutare dei tempi.

giovedì 15 maggio 2008

villan rifatto

come rapito, annuso le pagine di una vecchia copia de "La chiave", il romanzo di Junichiro Tanizaki del quale bramo la lettura, da amante discontinuo della letteratura giapponese contemporanea
è un vecchio Oscar, di quelli con le copertine disegnate da Ferenc Pinter, acquerelli slavati e un po' naif, acquistato di seconda mano durante le mie scorribande nei negozi della catena "Libraccio"
le pagine odorano di stantìo, la carta un po' rigida e liscia.
mi ricorda il volume delle poesie di Cesare Pavese (autore di cui quest anno ricorre il centenario della nascita), che leggevo nell'anno del diploma quando, ubriaco, di notte mi sedevo davanti alla stazione deserta a leggere, mentre le pagine spesse e ingiallite come scaglie di legno si staccavano dalla costa del volume. leggevo e riempivo di miei versi i fogli vuoti dietro le copertine.


il cielo sta come con gli occhi socchiusi, nel grigio azzurrato e denso delle estati milanesi
io invece, ad occhi sgranati ed increduli osservo frammenti di questo paese.
dove con troppa leggerezza e muta (non troppo) condivisione cadono i sassi e le fiamme sui "nomadi/zingari/rom", dove la sicurezza sconfina nel crimine e la comune percezione è pericolosamente alterata verso un'autarchia suicida, impossibile persino - e innanzitutto, se gretti bisogna essere - economicamente. meno tasse e più sicurezza - viste con gli occhi della/delle destra/destre - è un falso slogan, se non ai danni della cultura civile e sociale di questo paese assordato, l'Italia.

non è il ponte sullo Stretto che manca, ma quello tra cultura e realtà, tra conoscenza e civiltà.

martedì 13 maggio 2008

giro di boa o di boia


estate lenta e veloce, a risorgere ogni mattina e a tramontare a metà pomeriggio, dietro qualche nuvola o semplice lattigine tendente al celeste
un trionfo di fioritura di pioppi cotonati, una maledizione per il mio naso e i miei occhi, una benedizione per il mio cuore

le previsioni danno brutto per il finesettimana, e venerdì dovrei suonare all'aperto, che dite, per una volta sarò graziato?

è iniziato il periodo delle dichiarazioni dei redditi, per tenermi su ho messo come sfondo del desktop queste splendide gerbere che appaiono qui sopra.

dovrei aggiungere qualcosa di serio, del tipo "che ragionamento imbecille è affermare, come fosse qualcosa di positivo, che un governo composto da semi-incompetenti, di basso profilo come viene detto, costituisce una responsabilità senza scampo per il premier?". in un paese normale un governo dovrebbe essere formato da persone capaci di organizzazione e dotate di conoscenze nel reparto loro assegnato. mi vergogno quasi a scriverlo, sbaglierò, è troppo banale. e sarebbe responsabilità negativa del premier (Primo Ministro fa proprio schifo, eh?), incapacità, scegliere persone inadeguate ai loro compiti. infine, ma so bene di esagerare, non sarebbe male nemmeno se venissero resi pubblici e dettagliati curriculum e motivi delle scelte.
oppure potrei dire che la democrazia si esporta a macchia di leopardo, o a cazzo di cane, se preferite, dato che in Birmania ci sarebbe una ottima occasione per fare pure bella figura spolverando le armi, trovando forse l'unico lato positivo in uno pseudo-principio allucinante. salvando alcune centinaia di migliaia di disgraziati che il regime militare potrebbe allegramente sacrificare in nome dell'autonomia politica, ora inviolabile, mica come in Iraq o in Africa. per dire.
tanto che oggi dal telegiornale (almeno dal TG5) sono spariti i reportages dalla zona, in favore del nuovo terremoto in Cina, provvidenziale, evidentemente.
su Travaglio vi rimando a Virginie, un gran bel rimando, direi.
ma io non capisco le finezze della politica e dell'informazione, riesco solo a sentire un nauseante fetore di morte. "insopportabile puzza di merda", in effetti, sarebbe stato meno poetico.

meno male che i fiori, almeno quelli, profumano di vita e di gioia, lievi e colorati come un sogno in una notte fresca. respiro e mi sento pieno di vita, di forza, di calore, di musica. e profumano le mie nipotine adorate chemi tornano in mente, domenica giocavamo in giardino, le sento ancora ridere, e la maglietta che mi hanno strappato è di là, l'inquietudine che mi accompagna sempre si placa. pace.

martedì 6 maggio 2008

manoir de mes rèves




avrei potuto dire, o fare, e invece no
vanno di moda le inversioni di tendenza, le definizioni inventate, le costituzionali ostentazioni di appartenenza, le cesure al dialogo
ma io continuo ostinatamente a non sapere
senza assolvere ai preliminari, ogni prolungamento è sterile, è un tentacolo tagliato che si contorce
ogni parola o gesto lasciano dietro di sé il proprio significato
e allora tutto è possibile ma niente è reale, resta solo un granello di nausea, un tentativo di divinazione, l'interrogazione muta al volgere del cerchio del tempo

sto parlando di me, dell'amore, della rabbia, della politica, della musica, della poesia
sto parlando di me ad un anno di distanza dalla nascita della scrittura su questo blog
a trentaquattro e mezzo dalla mia nascita
e a quanto da un nuovo cambiamento?

un sole pigro entra dalla finestra finalmente sgombra di scaffali, dopo il rinnovamento del mio ufficio
il sole entra di sera, quando se ne sono andati tutti, e io comincio a lavorare volentieri
ma ancora più volentieri me ne torno a casa a ripulirmi della lunga giornata a volte trascinata e a volte spinta coi soffi come una piuma
come si fa a digerire tutta l'inutilità verbale e culturale che precipita addosso ogni giorno?
come si fa a reggere l'utilissimo spettacolo delle opinioni in libertà?
i conti tornano solo per amor di retorica e ipocrisia

avrei dovuto imparare a scrivere nel sole
avrei dovuto imparare i nomi degli alberi
(forse sarò più chiaro domani
o lo sono già stato troppo)

martedì 15 aprile 2008

altro giro, altro regalo

un articolo non dovrebbe essere troppo impegnativo da leggere (grazie ancora a virginie per la segnalazione)

nemmeno se è in francese

nemmeno se è di un giornale svizzero

perché già nel programma, se vogliamo usare un eufemismo, del PDL mancava qualsiasi riferimento alla politica estera (visto il ridicolo di cui si coprì il silvio nel quinquennio purgante), oltre che alle donne, che ci si prenda in mano almeno un vocabolario francese-italiano e si metta il naso fuori dai patrii confini a prendere le giuste misure, più dolorose, ma ormai...

nello sport di dichiararsi panda, cioè in via di estinzione, mi ci metto pure io, esemplare di commercialista di sinistra