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martedì 14 luglio 2009

semi di contemplazione


" Sai com'è? I comunisti vivono male, te lo dico io, perché sono invidiosi."
tra il tintinnare di bicchieri e forchette, rimasugli di pizza, mentre il cameriere svolazza servizievole ad offrire dei freschissimi cannoli siciliani, che lorsignori nemmeno mangeranno, si levano leggere queste conversazioni
"Se io vincessi, ad esempio, duemila euro al giorno con le lotterie, quanto fa? Sessantamila, ecco, non li dichiarerei e mi verrebbero a controllare, non ho fatto niente di male..."
la camicia azzurra tira un po' sulla pancia, cinquant'anni penso portati bene, capello grigio medio/lungo, e scarpe sportive
"L'anno scorso, quando facevo l'elettrostimolazione, le mie gambe erano toniche da morire"
mormorano le signore, che non sudano, esalano profumi come piante tropicali dietro il loro trucco inattacabile. hanno dei figli, uno piccolo, nel passeggino, sono amorevoli, accondiscendenti, liberali, perfino kitsch come zuppiere di ceramica.

può succedere, è successo. pensavo che qualcuno avesse dimenticato la televisione accesa.
il mio piatto di scamorza ai ferri diventa quasi insapore. misuro a passi mentali le distanze, l'assenza di un varco per comunicare
tra una pagina di Barthes, una poesia di Montale
il sogno di una cosa e l'evasione fiscale...

non ci si sente migliori. ci si sente soli e preoccupati.
(i cannoli li ho avuti anche io, ma li ho dovuti chiedere)

"tutto concorre alla grande opera borghese di ridurre, alla fine, l'essere a un avere, l'oggetto a una cosa"
Roland Barthes
, Miti d'oggi (Mythologies), p. 156

venerdì 26 giugno 2009

amori e neuroni

il letto sembra enorme.

sul soffitto non accade nulla, come al solito, anche se lo sguardo corre eternamente sulla stessa pista. mi sembra di non conoscerlo affatto.

musica spenta, luce spenta
solo il respiro di lei, che attende che il mio male passi
una parola sarebbe il segnale, forse
cambia posizione spesso, dev'essere scomoda
la vedo, non è che non la veda, come se gli occhi avessero una coda, ma resto inesorabilmente immobile
la prima frase arriva, forse non sto dicendo nulla
tra una frase e l'altra, sempre il suo respiro

si intravvedono appena le tende muoversi nella brezza serale di un giugno insolitamente fresco.
alle 22:23, guardo l'orologio per conferma, ma sono sicuro, comincia la commedia inesorabile dei vicini, in replica ogni sera. la loro tagliente e ostinata ottusità manda in frantumi ogni pensiero.
la moglie apre il portone, dopo pochi istanti arriva l'auto del marito, chiudono portone e garage, e iniziano a litigare

la mia ultima parola non è mai arrivata, so di essere stanco.

lunedì 8 giugno 2009

il male


si annida nei risvegli più duri, come un'ombra vista di sfuggita, o un sogno vividissimo appena dimenticato

la parola risolutrice non viene, l'urlo che modula in canto, tutto ingoiato dal mistero dell'udito, per noi che guardiamo senza capire

eppure l'oggetto è lì, lì stanno l'uomo e la donna, che dio li perdoni o li abbia in gloria

nessuno se ne cura, tra un milione di anni rideremo forte, polvere senza denti

qualche insulto mormorato tra i denti, appiccicoso come un candito, dolce come il veleno. tra liquefazioni e ricomposizioni, corpo e pelle piovono sull'asfalto caldo, fuori delle lenzuola.

riscaldo il mio corpo, chiedo aiuto ai saggi, oggi è quasi finito.

sabato 23 maggio 2009

Gogol'

era lucido e ironico, sino alla follìa
lo sguardo sempre sdoppiato, dentro e fuori al racconto, come fosse un regista che parla in continuazione e sa che la sua opera è un gioco ridicolo, magari bellissimo, ma confezionato ad arte e ridicolo

non c'era tragedia nella sua vita, come nella mia
solo un indistinto ardore, e le opere a marcare la sua via, come pietre miliari
forse avrò l'onore, magari avessi l'onore, di marcare così la mia, prima di bruciare tutto e andarmene

nella notte, oltre alle auto che sfrecciano sul selciato, come rumorosi cani da guardia, rimangono le parole e i ricordi ad emergere da soli.
questa paralisi fa più male di...più bene che...l'ho dimenticato
il sudore si è raffreddato ed è svanito, odore intenso della pelle
buonanotte

martedì 10 marzo 2009

petit déjeuner du matin



il cambiamento di pelle avviene lentamente

sento l'aprirsi e il correre delle lacerazioni, lo seguo con il respiro e il pensiero, mi sforzo di percepirlo. e ci riesco. un brivido, e nessuna certezza di quel che sarà.

che stordimento, vivere in un paese di arte e menzogna, di politica e di verità. ogni istante come un interruttore, come uno scambio di binari, a scegliere fra i due. pericoloso, imbarazzante, ridicolo. sillabare lentamente le parole per iniziare ad avvertire cosa significhino, e staccarle dagli indegni parlanti.

sono vago, e rifuggo dalla facile ironia.
ma che dire a proposito di tutto il ciarpame che ha invaso la cronaca e le teste degli italiani?
cultura della vita, cultura della morte, castrazione chimica, avvocato Mills?, revisionismo e altari(ni), stupri staminali, maternità in coma, ronde non danzanti, nucleare vigliacco, crisi e bisi...l'Italia ha una crisi di rigetto, la politica è stata male impiantata, la cultura rischia di non essere compatibile.

sarà che ho questa vecchia fame d'amore, inestinguibile. sarà che la mia pelle si rompe come un fazzoletto di carta, e un'altra volta posso guardarmi sotto, guardarmi dentro, con l'urgenza di non sprecare nulla.

"Non possediamo un corpo divino, ma la compassione può darci un corpo divino.
Non abbiamo potere divino, ma l'onestà può darci potere divino. Non abbiamo intelligenza divina, ma la saggezza può darci intelligenza divina. Non possiamo compiere miracoli, ma se non creiamo ostacoli possiamo compiere miracoli. Non possiamo salvare il mondo, ma la nobiltà d'animo ci farà salvare il mondo" (Deishu Takahashi 1835-1903)


lunedì 12 gennaio 2009

divertissement



è stato un lungo inverno, sarà un lungo inverno

il Danubio scorreva lento, e in effetti uno non se lo immagina a trottare agile, con tutta la sua mole, la sua enorme memoria

Vienna è a sole cinque ore da qui, e qui dovrebbe essere la periferia, il luogo dove ancora qualcuno viene in cerca di puttane e poi dice che è un paese di ladri perché si è trovato truffato in qualche night club. qualcuno che magari è venuto in aereo, dall'Italia, e non si sente truffato né dal governo né dall'Alitalia
ma tant'è, a volte il mondo è brutto perché è vario (nell'imbecillità)

il freddo rende le città meno banali, e le donne più affascinanti, avvolte in panni che fanno anelare al calore dei loro corpi, il freddo rende la vicinanza più piacevole, l'intimità più desiderabile
il muro che separa il turista dalla vita reale è invisibile e spesso come una divisione di classe, ma è anche un punto di vista originale, se se ne trova uno

ma sono tornato, e le terme di Budapest continuano a fumare giorno e notte, anche senza di me, mentre le anatre sostano godendosi il tepore ai bordi delle vasche come statue viventi o antiche divinità

lunedì 27 ottobre 2008

punti mobili


altro che punti fermi

questo blog, strano (ma forse non così tanto) a dirsi, non so dire se mi somigli troppo o non mi somigli affatto

sempre in bilico tra il pudore della pagina di diario e marginali considerazioni civili, politiche

mi somiglia in quanto non mi mette mai a fuoco
non mi somiglia in quanto manca di spontaneità

ho imparato molto in questo anno quasi e mezzo di scrittura in rete, e di letture e confronti. nemmeno pensavo che sarei arrivato così lontano nel tempo.

la scrittura è un curioso esercizio, necessita di tempo e di silenzio ed è per sua natura, quindi, in opposizione ad ogni istante della mia vita quotidiana. e a quelli di qualche altro milione di persone.
di questo ne soffro, mi ritrovo sempre sbilanciato tra il desiderio e la sua realizzazione, soffocata e risospinta verso un indeterminato futuro, che brilla là in fondo, età dell'oro o utopia cui non credo minimamente.

oggi il tempo non aiuta, sono sopraffatto dall'amarezza di questo buio lattiginoso di autunno, che ancora non profuma di legna che arde, non sa di intimità. è una sera aspra, tagliente, non riesco a ricavarne nulla, se non schegge di un entusiasmo bloccato.
riflesso di una crisi morale, spirituale, civile.

ho cambiato auto, ma non basta.
sono diventato un aikidoka, cioè un praticante di Aikido, leggo coacervi di scritti che narrano della vita del fondatore di questa particolare arte marziale, in bilico tra shintoismo e buddhismo, ma non è una fede religiosa quello che cerco, quanto una sapienza del corpo, una chiave che apra il mistero del ponte tra corporeità e linguaggio. finché ne avrò voglia.
come Yukio Mishima, magari senza finire suicida, ecco...
e così vago, divorato da strani appetiti, cammino sulle onde di un vortice che non mi dà tregua, per dire che? per fare che?
non riesco nemmeno a disinteressarmi totalmente del liquame politico italiano, dei miasmi delle non-notizie, firmerò contro il Lodo Alfano, e altre amenità.

definitivamente, non prendo sul serio quasi più nulla.
a parte la poesia, la musica, il sesso, il cibo e l'umiltà.

mercoledì 24 settembre 2008

flashes e dediche



Si dice che gli psicopatici, persone in nessun modo turbate da una coscienza, siano dei generali e dei politici di inarrivabile efficienza.
(Anna Funder,
Stasiland - tradotto e pubblicato in italiano da Feltrinelli con il titolo C'era una volta la DDR - pag. 55)

Dando dar credito all'autrice della folgorante citazione che di queste cose se ne intende, come testimonia il suo meraviglioso/agghiacciante saggio romanzato sulla vita in Germania Est da cui essa è tratta, mi vengono in mente alcuni curiosi corollari:
il primo è che la classe politica italiana ha quasi sempre goduto di ottima salute psichica; il secondo è che ora, invece, chi è al governo, qualche problemino ce l'ha, mentre la sinistra continua la sua passeggiata di salute; il terzo è che l'etica degli psicopatici sta diventando - non vorrei dire che è già diventata - la norma, una delle tante rassicuranti maschere di un'umanità ancora troppo stupida, legata alla brutalità ottusa del potere economico e politico; infine, il quarto, è che è una volta di più evidente che "le parole sono importanti", dietro alle parole si sono voluti nascondere orrori, soprusi, connivenze, nel sempre uguale e atossico lessico della prepotenza. Se al posto di efficienza iniziassimo a parlare di - e di conseguenza ad agire con -
rispetto oppure onestà forse potremmo pensare a chiamarci fuori da questa follìa sterile e senza immaginazione.

martedì 22 luglio 2008

rovescio


poi mi nutro spasmodicamente
dopo la nausea
mi nutro di parole, di sguardi, di profumi
mi nutro di musica, di amicizie vere o soltanto possibili, di malinconia
e cambio casa, in attesa di cambiare vita
ho preso due nuovi moleskine per i miei appunti diurni e notturni
al posto della macchina fotografica
o del registratore
e accosto nelle letture le poesie di Ady e i saggi di Lorenz
la storia del fascismo e i saggi di Barthes
senza percorsi prestabiliti, mi trovo davanti a prospettive inusitate
qualcosa del genere diceva Borges, a proposito del bibliotecario
comunque, sono equilibri delicati
e ho scoperto che Renzo De Felice balbettava, questo me lo rende ancora più vicino e caro
Ady invece era un pazzo e una sorta di profeta fallito, per questo mi sento fratello
per il resto, sto ancora cercando, e questa marea sembra passata

mercoledì 9 luglio 2008

riflessioni sull'arte di vivere


ma chi voglio prendere in giro?

la morte di una persona cara, ancora una volta, reagisce come acido sul volto della mia infelicità stupida e di magro corso.

i fumi stordiscono, insieme al caldo di fine giornata. mi guardo, sfuocato, appannato da un leggero velo di lacrime e vergogna.

mi si rovescia addosso l'amarezza di sapere esattamente dove sta il male, dove inizia esattamente il mio colpevole aggirare l'ostacolo. brucia tremendamente. i confronti si concludono tutti in sconfitta. per un momento mi convinco che è tutto inutile. poi, la rabbia vince, vorrei anche fare festa.

sconfitto e rabbioso in un presente fatto di vincenti e invidiosi.
vista così la vita non ha senso. so bene che è una domanda posta male.

per un attimo il carico di follia si fa insopportabile, il carico di dolore è prossimo all'incendio. fulmini per ogni dove, cecità e sordità, fame d'amore. niente va, il vestito non è mio, l'odio non è mio, quello che vedete non sono io. la morte in cambio di quell'orgoglio salutare che troppo mi manca. dolore che suona come un capriccio.

addio mentre da una stanza di ospedale ti dirigi verso quel "per sempre" così enorme e incomprensibile.
pensavo di poterti conoscere meglio, dopo tutti questi anni.
invece no. so che non ti aspettavi nulla di più da me. ma io sì.
coraggio e umiltà sono ancora tutti da imparare, da bere sino in fondo insieme alle lacrime inghiottite, che sanno di ferro e sangue.
cercherò di lasciarle correre verso quel futuro che mi sembra così difficile da vedere, in queste giornate così turgide di sole.

intanto, là fuori, gli assestamenti della notte.

lunedì 30 giugno 2008

vicinanza del mare e della musica


22 giugno 2008, Parco S.Giuliano (Mestre)



conquistati i biglietti per il concerto dei Police senza troppa fatica

da ieri siamo in giro, dapprima ospiti da amici, nella loro bella casa ristrutturata sulle colline veronesi
un piccolo viaggio nella memoria, questa mia compagna ogni anno sempre più grande e ogni anno sempre più fresca, memoria facoltà dei poeti e dei musicisti. aggiungo anche degli uomini onesti, così, per non darmi troppe arie.
Verona città del servizio militare, quindici anni fa, ritorna dalla finestra degli studi e delle amicizie casuali. la loro casa sta accanto ad una chiesa in disuso, in una sorta di agglomerato rurale in corso di sistemazione. gli ambienti sono belli e mi sento a mio agio tra il parquet e le piantine di basilico, tra il sottofondo di musica indiana e l'aperitivo di vino bianco frizzante con succo di fragola. ma cuore e mente vanno ad un'altra velocità, a rispolverare lati creduti dimenticati fatti di scorci di cielo e di profumo di lavanda, così rigogliosa fuori della pizzeria col suo enorme cane a riposo, con il suo schermo con la partita Olanda-Russia, con il pizzaiolo compagno di balbuzie che è venuto al tavolo a chiedere se poteva sostituire la mozzarella di bufala con lo stracchino di bufala.
parole, respiri, qualche zanzara sul sottofondo di citronella delle torce. un po' d'amore abbandonato riacciuffato per un soffio. il tempo è sempre un mistero.

dopo la passeggiata nel giardino dei ciliegi e dell'uva, al concerto.
l'abbondanza di presenze femminili mette ancora una volta alla prova la mia pazienza.
ma il parco è davvero bello, affollato eppure stranamente silenzioso...lo spazio arriva dove non arrivano il rispetto e l'intelligenza.
bikini, reggiseni, boxer, gadget della birra Heineken ovunque (magliette, fazzoletti, cappellini, borse, mini-tende, racchette...avranno guadagnato di più così che dai concerti...chissà...). un caffè, una fetta d'anguria, e una barchetta fatta con la scorza e i fazzoletti, accanto allo stand di distribuzione dei preservativi, dove una ragazza con una gonna di jeans platealmente sottodimensionata mi ha donato in visione tutte le sue intimità. io giocavo con la barchetta.
birra ovunque. nell'attesa dei miti della mia precoce adolescenza.
ma prima Alanis Morrisette, che non ho mai potuto soffrire, mi ha fatto innamorare di lei. finalmente nella pienezza del suo florido corpo di donna, è di una bellezza folgorante, una voce cristallina, il gruppo che girava a meraviglia. e poi aveva una chitarra trasparente, come fatta di vetro, dio quant'era bella sulla sua bellezza...
dopo, la partita, dopo, altre due birre e un panino con i peperoni, dopo, loro. in trio. Sting, Copeland e Summers. anziani, certo, e chissà cosa dovevano essere trent'anni fa se oggi, per due ore, hanno tenuto il palco con sicurezza e scioltezza, energia da vendere, improvvisazione e precisione impeccabili. sbagliando col sorriso.

al concerto, all'evento di massa. la vita sembra scorrere potente, più vicina, più nitida, riconoscibile. ognuno che cerca di afferrarne scampoli, giovani o travestiti da giovani, come a carpire il segreto del tempo, di luce propria o di luce riflessa, soli o satelliti. forse è solo un'impressione che la vita sia più vera e davvero consumata senza residui. forse è giusto così. a respirare gli intervalli, come una preghiera mormorando frammenti di canzoni o gridandole tutte intere.

venerdì 13 giugno 2008

il mio "contemptu mundi"


milano stenta a riprendersi una serenità anche solo meteorologica
il sole passa malamente sotto il grigio tumido e caldo delle nuvole

mattinata in giro per uffici, anche se la scadenza delle tasse è lunedì
voglio stare lontano dallo studio, dal telefono in perenne allarme, dalle ansie e soprattutto dall'arroganza media dei clienti, che ogni anno reclamano, pontificano, criticano, senza avere la minima idea di che cosa stanno dicendo

intanto in moto mi godo la corsia preferenziale degli autobus, sveltendo il percorso sulla circonvallazione affogata. guardo scorrere i finestrini delle auto ferme, come fossi sul treno

l'Agenzia delle Entrate di Piazza Stuparich offre lo stesso panorama di sempre, un baretto appena fuori dall'ingresso, lastricato di legno scuro, con un anziano abbandonato sulla panchina, fila al banco di rilascio dei numeri, ma nessuno protesta quando passo avanti, ho già un appuntamento.
nel complesso me la sbrigo in fretta, la funzionaria giovane, carina e partenopea mi manda al primo piano, in un ufficio dove stanno in quattro. una signora, che mi ricorda la mia prof. di francese mi chiede se mi da fastidio il fumo, e si accende una sigaretta. donna interessante, sarcastica, intelligente, che ha l'aria di essere sempre al di sopra delle parti. il funzionario che mi segue è cordiale, sveglio, e lui invece mi ricorda il mio primo insegnante di chitarra. nel complesso un'atmosfera accogliente, con gran sfoggio di sorrisi e attenzioni. fosse un ristorante, ci ritornerei.

poi mi invento un nuovo percorso per arrivare fino in via Melchiorre Gioia, all'INPS. attraverso la zona Fiera, arrivo davanti al Cimitero Monumentale, e in poco più di 10 minuti sono a destinazione. un ragazzo nero, fuori del cancello del mostruoso palazzo dell'Istituto, distribuisce timidamente dei volantini di una finanziaria. la luce cambia rapidamente e violentemente, da gialla a blu a quasi viola, gonfia di pioggia ipotetica e tesa che non si degna di cadere.
arrivo al terzo piano, e mi trovo proiettato negli anni '60. insegne per le uscite e le direzioni in perfetto stile d'epoca, rosse su fondo di metallo grigio. stanzone semivuoto, i cavi elettrici pendono come tendini o ragnatele sui computer, sembra tutto prossimo al crollo. arriva un imprenditore sui 50anni, nel pieno della prepotenza e delle solite lamentele echeggianti nelle teste vuote, "ormai bisogna aspettare dappertutto", e sbuffi a preduta d'occhio. lo ignoro felicemente.
il funzionario mi rimanda ad un collega "tutto in fondo a sinistra". dove mancano anche le piastrelle per terra e sembra un cantiere in costruzione. ma la stanza esiste. il signor M. è all'estremo angolo del fabbricato, dietro uno scaffale coperto da due poster sulle vacanze in Trentino di vent'anni fa. è circondato dalle piante, a terra e sopra al mobile-archivio dietro di lui. foglie mezzo riarse immerse in bottiglie di plastica tagliate, piccole magnolie, due bottiglie di vetro vuote. lui ha il volto scolorito come un tessuto colpito da candeggina. quieto, remissivo, con problemi di pronuncia. rivendica le vessazioni subite dal collega P. e minaccia denunce, a fatica. con desolante e commovente insicurezza. impossibile non sentirlo subito fratello.

torno in ufficio, in via Giambellino vedo una vecchia signora spettinata e con stampelle, nel suo vestito a losanghe gialle e marroni, senza denti, demente. poggia i fianchi a lato di un ingresso di casa popolare che porta una coccarda grigia di lutto. faccio in tempo a sentire che viene invitata a spostarsi in malo modo da due giovinastri che devono entrare nel portone in scooter. per un istante penso che dovrei passare una giornata in moto in giro per la città a scattare foto.
la nostra epoca è grigia sin d'ora, non è scolorita come l'Antichità o il Medioevo.
le piante danzano respirando, invisibili, il mutare dei tempi.

giovedì 15 maggio 2008

villan rifatto

come rapito, annuso le pagine di una vecchia copia de "La chiave", il romanzo di Junichiro Tanizaki del quale bramo la lettura, da amante discontinuo della letteratura giapponese contemporanea
è un vecchio Oscar, di quelli con le copertine disegnate da Ferenc Pinter, acquerelli slavati e un po' naif, acquistato di seconda mano durante le mie scorribande nei negozi della catena "Libraccio"
le pagine odorano di stantìo, la carta un po' rigida e liscia.
mi ricorda il volume delle poesie di Cesare Pavese (autore di cui quest anno ricorre il centenario della nascita), che leggevo nell'anno del diploma quando, ubriaco, di notte mi sedevo davanti alla stazione deserta a leggere, mentre le pagine spesse e ingiallite come scaglie di legno si staccavano dalla costa del volume. leggevo e riempivo di miei versi i fogli vuoti dietro le copertine.


il cielo sta come con gli occhi socchiusi, nel grigio azzurrato e denso delle estati milanesi
io invece, ad occhi sgranati ed increduli osservo frammenti di questo paese.
dove con troppa leggerezza e muta (non troppo) condivisione cadono i sassi e le fiamme sui "nomadi/zingari/rom", dove la sicurezza sconfina nel crimine e la comune percezione è pericolosamente alterata verso un'autarchia suicida, impossibile persino - e innanzitutto, se gretti bisogna essere - economicamente. meno tasse e più sicurezza - viste con gli occhi della/delle destra/destre - è un falso slogan, se non ai danni della cultura civile e sociale di questo paese assordato, l'Italia.

non è il ponte sullo Stretto che manca, ma quello tra cultura e realtà, tra conoscenza e civiltà.

martedì 13 maggio 2008

giro di boa o di boia


estate lenta e veloce, a risorgere ogni mattina e a tramontare a metà pomeriggio, dietro qualche nuvola o semplice lattigine tendente al celeste
un trionfo di fioritura di pioppi cotonati, una maledizione per il mio naso e i miei occhi, una benedizione per il mio cuore

le previsioni danno brutto per il finesettimana, e venerdì dovrei suonare all'aperto, che dite, per una volta sarò graziato?

è iniziato il periodo delle dichiarazioni dei redditi, per tenermi su ho messo come sfondo del desktop queste splendide gerbere che appaiono qui sopra.

dovrei aggiungere qualcosa di serio, del tipo "che ragionamento imbecille è affermare, come fosse qualcosa di positivo, che un governo composto da semi-incompetenti, di basso profilo come viene detto, costituisce una responsabilità senza scampo per il premier?". in un paese normale un governo dovrebbe essere formato da persone capaci di organizzazione e dotate di conoscenze nel reparto loro assegnato. mi vergogno quasi a scriverlo, sbaglierò, è troppo banale. e sarebbe responsabilità negativa del premier (Primo Ministro fa proprio schifo, eh?), incapacità, scegliere persone inadeguate ai loro compiti. infine, ma so bene di esagerare, non sarebbe male nemmeno se venissero resi pubblici e dettagliati curriculum e motivi delle scelte.
oppure potrei dire che la democrazia si esporta a macchia di leopardo, o a cazzo di cane, se preferite, dato che in Birmania ci sarebbe una ottima occasione per fare pure bella figura spolverando le armi, trovando forse l'unico lato positivo in uno pseudo-principio allucinante. salvando alcune centinaia di migliaia di disgraziati che il regime militare potrebbe allegramente sacrificare in nome dell'autonomia politica, ora inviolabile, mica come in Iraq o in Africa. per dire.
tanto che oggi dal telegiornale (almeno dal TG5) sono spariti i reportages dalla zona, in favore del nuovo terremoto in Cina, provvidenziale, evidentemente.
su Travaglio vi rimando a Virginie, un gran bel rimando, direi.
ma io non capisco le finezze della politica e dell'informazione, riesco solo a sentire un nauseante fetore di morte. "insopportabile puzza di merda", in effetti, sarebbe stato meno poetico.

meno male che i fiori, almeno quelli, profumano di vita e di gioia, lievi e colorati come un sogno in una notte fresca. respiro e mi sento pieno di vita, di forza, di calore, di musica. e profumano le mie nipotine adorate chemi tornano in mente, domenica giocavamo in giardino, le sento ancora ridere, e la maglietta che mi hanno strappato è di là, l'inquietudine che mi accompagna sempre si placa. pace.

martedì 6 maggio 2008

manoir de mes rèves




avrei potuto dire, o fare, e invece no
vanno di moda le inversioni di tendenza, le definizioni inventate, le costituzionali ostentazioni di appartenenza, le cesure al dialogo
ma io continuo ostinatamente a non sapere
senza assolvere ai preliminari, ogni prolungamento è sterile, è un tentacolo tagliato che si contorce
ogni parola o gesto lasciano dietro di sé il proprio significato
e allora tutto è possibile ma niente è reale, resta solo un granello di nausea, un tentativo di divinazione, l'interrogazione muta al volgere del cerchio del tempo

sto parlando di me, dell'amore, della rabbia, della politica, della musica, della poesia
sto parlando di me ad un anno di distanza dalla nascita della scrittura su questo blog
a trentaquattro e mezzo dalla mia nascita
e a quanto da un nuovo cambiamento?

un sole pigro entra dalla finestra finalmente sgombra di scaffali, dopo il rinnovamento del mio ufficio
il sole entra di sera, quando se ne sono andati tutti, e io comincio a lavorare volentieri
ma ancora più volentieri me ne torno a casa a ripulirmi della lunga giornata a volte trascinata e a volte spinta coi soffi come una piuma
come si fa a digerire tutta l'inutilità verbale e culturale che precipita addosso ogni giorno?
come si fa a reggere l'utilissimo spettacolo delle opinioni in libertà?
i conti tornano solo per amor di retorica e ipocrisia

avrei dovuto imparare a scrivere nel sole
avrei dovuto imparare i nomi degli alberi
(forse sarò più chiaro domani
o lo sono già stato troppo)

giovedì 17 aprile 2008

altre inquisizioni

sommersi nella marea di commenti a caldo, a freddo, oppure misti, come gli antipasti
se non fossero dei malriusciti digestivi, certo
e le smagliature non mancano
come, per esempio, la fine che ha fatto la lista di Grillo
tutti preoccupati, tutti a farsela sotto, tra evviva e abbasso, oddio l'antipolitica, la ggente che si rivolta
e ora spariti, dopo le piazze, niente. all'orizzonte il V-day 2.
viene da pensare che l'antipolitica sia in effetti, e più coerentemente, quella di Bossi e Berlusconi
non ero di quelli che criticavano Grillo, e ora mi dispiace per lui, che sta constatando la mediocrità del "suo" popolo. gli auguro miglior sorte e maggior effetto in futuro.
mi limitavo a dire, e ripeto, che senza sapere o definire la politica, non esiste antipolitica e che, anzi, come ai miei occhi pare ovvio, si sovrappongono confondendosi
sul collasso della sinistra "radicale" se ne sentono di tutte, così come sul "successo" della Lega
dati, numeri, percentuali, localizzazioni geografiche
l'evidenza a volte è la cosa più difficile da vedere
evidente spostamento massiccio a destra, il PD non ha fagocitato granché (e viene da dire, ora, purtroppo) dell'Arcobaleno. i confronti col 2006: rispetto a DS e Margherita il guadagno è stato di neanche 200.000 voti, mentre Rifondazione/Verdi/Comunisti ne hanno perduti oltre 2.000.000
l'astensionismo non basta, ci sono iscritti ai sindacati con tessera leghista. e poi, chi vuole - o deve - capire capisca, altrimenti tra 5 anni (speriamo meno, visto l'esordio a commento del governo Zapatero) sarà ancora più dura risalire la china di questo paese indurito profondamente

giovedì 20 marzo 2008

piccole cose che non capisco (meglio così)

forse fanno apposta
forse sanno che l'insicurezza e la paura (e la speculare virulenza dell'istinto di appartenenza) derivano dal fatto che la "ggente" comune non conosce i propri diritti né tantomeno i doveri
perché, per esempio, se si fosse sicuri che a mandare a cagare un maleducato o a denunciare un ladro non si rischia la galera, non si cercherebbe l'appoggio di chi risolve (o millanta di voler risolvere, come quello diventato mezzo paralitico a causa del viagra) i conflitti con la spada o i decreti di espulsione. forse. per dire.
perché non si può essere così spaventosamente e pericolosamente stupidi come la santanché, che ha immediatamente starnazzato "vergogna! vergogna!" mentre il ministro ferrero stava dicendo di essere andato ad insegnare l'italiano agli stranieri, anche nelle moschee
lasciamo stare che si sia fatta fotografare con due africani per la pubblicità del suo locale in versilia, e che prima sia lei che ferrero avessero fatto un desolante teatrino sull'orgoglio di essere di destra (fascisti) o sinistra (comunisti)
perché non si può essere contro una legge che improvvisamente è colpevole se certe cose accadono
come se le leggi fossero fatte per incentivare i reati, non per nominarli e renderli inoffensivi
come se abortire in sé fosse una colpa, e in particolare una colpa della legge
le uniche cose che certe leggi fanno sparire sono i reati di silvio e di altri amichetti
le altre, la maggior parte, esistono per regolamentare, migliorare e magari alleviare situazioni
dove ci si illude di poter andare con una mentalità così idiota?

lunedì 17 marzo 2008

une soirée en enfer


non voglio essere la memoria di tutto, non posso essere.
lavoro che è memoria banale di denari, di scadenze. fiancheggiamento, auscultazione e forse devozione.
per inciso, vorrei ora viaggiare in treno tutta la notte solo per lasciar scorrere i pensieri, l'immaginazione, solo per trascrivere le vite possibili, gli sfioramenti della fantasia, l'irrealtà che da sempre mi consola
inseguire le parole, dopo una vita che pare un'imitazione
non mi ci riconosco più. non mi riconosco più.
come se la protezione dal quotidiano fosse anche protezione dal profondo.
come se la sordità alla menzogna fosse anche sordità alla verità.
essere un profeta noioso, che sarcastico destino.

poi, seduto sulla panca di marmo, leggi un libro con le dita nel naso.
rumore di sacchetti di carta, sulla banchina di fronte zoppica un utente che mangia hamburger.
segnale acustico, una voce disfatta nel messaggio di servizio.
ormai è notte, una voce può ridursi a dei suoni sconnessi, per la pessima acustica sotterranea, per la latente inutilità del lavoro
una voce parlante può ridursi a nient'altro che ad un rincorrersi fastidioso di echi, ad un risuonare incomprensibile. può succedere.

brucerò un'altra idea per superare la notte
la stanchezza è un foglio di velina sulle labbra, vibrante ad ogni respiro, che fa prurito, che fa ridere ed amareggia
dio, che realtà disgustosa
persino le metafore nascono perbene.

martedì 26 febbraio 2008

sirena


la notte scorsa ho riprovato a fare un sonnellino dopo-cena/pre-studio puntando la sveglia alle 21:30. non ho nemmeno sentito il trillo. il mio braccio destro ha agito autonomamente e ho riaperto gli occhi alle 1:47.
e mi sono alzato, sono sceso al piano di sotto intenzionato a leggere e suonare per almeno un paio d'ore. avevamo lasciato però la tv accesa, su LA7.
in quel momento Alain Elkann stava intervistando Valeria Golino, attrice italiana tornata sulla cresta dell'onda ormai da qualche tempo, apparsa in film come A casa nostra, La ragazza del lago e il recente Caos calmo. a parte quest ultimo, gli altri li ho visti trovandoli buon livello.
di lei ricordavo i ruoli in Rain man e nel demenziale ma divertente Hot Shots!
ricordavo la voce che mi suonava sgraziata, incrinata come il fondo di vecchie bottiglie, ma quegli occhi e i capelli ricci mi sembravano comunque indimenticabili, nonostante l'impressione di fiato corto ad ogni frase, di tonalità faticosa e spesso monocorde che si spegneva dopo ogni parola, parole ricavate dal silenzio, e quel profilo di durezza complessiva come un'anima di fil di ferro. la penso ancora così.
ma la notte scorsa me ne sono innamorato, nonostante le domande inesorabilmente a una dimensione di Elkann, che non riusciva a trasformare un questionario in una conversazione brillante e stimolante, sprecando un'occasione dalle sfaccettature erotiche possibili, mentre pizzicavo svogliatamente la chitarra

forse per tutto questo, e anche per il fascino classico che emanava dal suo viso calmo, dalle risposte delicate che contrastavano con l'idea di inaccessibilità, per lo sbuffo a fine intervista come fosse stata una faticaccia, per la grazia innata che vedo in certe donne quando stanno sedute, per il fatto che ha 42 splendidi anni e sono sensibile alle donne più grandi di me, o forse perché la sua passata semplice sensualità di starlet ora è stata riassorbita e distribuita in profondità, in un sorriso o in uno sguardo da notte insonne. il suo profumo era quasi percepibile e avrei voluto poterle parlare, offrendole un bicchiere di Porto, seduti sulle scale fuori della porta.
certo, è fidanzata con Scamarcio, ma cosa conta, nessuno è perfetto

giovedì 21 febbraio 2008

o gioia, o gaudio


(breve introduzione ad uso del lettore: bonaventura è, per definizione, disordinato e malato di curiosità. quindi attualmente la sua situazione è la seguente: oltre al lavoro di commercialista nello studio gestito insieme al fratello maggiore, suona la chitarra in un gruppo jazz e studia tecnica dell'improvvisazione con il GranMaestroMassimoMaltese, è iscritto al 2° anno del corso di laurea in Musicologia e frequenta il corso di formazione per Musicoterapeuti. più o meno è tutto. ah, sì, scrive poesie, diari e legge in media 6/8 libri contemporaneamente. per questo si fa la barba una sola volta alla settimana...)

ieri era il gran giorno, il primo esame dopo anni di travaglio, e dopo l'ultimo cambio di facoltà conclusosi con l'approdo a Musicologia. l'illusione di disperdermi di meno, hahaha, buona questa.
comunque, storia bizantina, mica le favole di mamma oca. circa 800 pagine complessive.
la preparazione è stato il solito circo. ci pensavo dall'anno scorso, avevo già letto i testi quasi un anno fa, poi ho dovuto recuperare un debito in un test di musica classica e mi sono perso via. in sostanza mi sono rimesso sotto dalle vacanze di Natale, con discreta discontinuità, fino alla marcia forzata delle ultime due settimane. comunque, mi sono guadagnato un bel 28/30. meritato, eh...
mio padre si chiamava costantino, devo aver scelto la materia anche per chiudere un ciclo di storia familiare e personale. si è rivelato interessantissimo e anche parecchio arduo da organizzare, 1.129 anni di storia, per la precisione.
mi sentivo surrealmente calmo, a parte la piccola serie di coliche prima di entrare. somatizzo. sarà stata la stanchezza. le risposte spuntavano naturalmente e con sicurezza dalla memoria, dal punto di vista dell'esposizione me la sono cavata. dentro l'aula I vuota le mie sillabe ripetute echeggiavano come un volo d'uccelli, strana sensazione di non essere io a parlare, non corrispondevo alla quiete che sentivo. ma lo stress accumulato non ha fatto sconti, la balbuzie è un barometro sensibilissimo. più dei calli. prova ne sono anche i brufoli spuntati in fronte e uno proprio sulla chiappa sinistra, che oggi mi fa sedere assai scomodamente..
certo, se i professori in passato fossero stati in gamba come il prof.Breccia ieri, non avrei accumulato disagi, ma vabbè, ognuno ha le sue croci, n'est ce pas?
dopo, il festeggiamento, un panino falafel piccantissimo, con birra doppia. e già con la testa nella musica e in altri libri. come se su ogni centimetro di pelle spuntassero occhi, come se ogni centimetro di pelle gridasse che non basta, che non contiene più. la letteratura, come tutta l'arte, è la prova che la vita non basta, disse Pessoa. me lo ripeto sempre. a volte mi fa stare meglio, altre mi strazia. e poi, oggi pare che Emma Bonino abbia trovato l'accordo con il PD, e non posso che esserne felice. il mio voto è per lei. una giornata quasi perfetta.