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venerdì 26 giugno 2009

amori e neuroni

il letto sembra enorme.

sul soffitto non accade nulla, come al solito, anche se lo sguardo corre eternamente sulla stessa pista. mi sembra di non conoscerlo affatto.

musica spenta, luce spenta
solo il respiro di lei, che attende che il mio male passi
una parola sarebbe il segnale, forse
cambia posizione spesso, dev'essere scomoda
la vedo, non è che non la veda, come se gli occhi avessero una coda, ma resto inesorabilmente immobile
la prima frase arriva, forse non sto dicendo nulla
tra una frase e l'altra, sempre il suo respiro

si intravvedono appena le tende muoversi nella brezza serale di un giugno insolitamente fresco.
alle 22:23, guardo l'orologio per conferma, ma sono sicuro, comincia la commedia inesorabile dei vicini, in replica ogni sera. la loro tagliente e ostinata ottusità manda in frantumi ogni pensiero.
la moglie apre il portone, dopo pochi istanti arriva l'auto del marito, chiudono portone e garage, e iniziano a litigare

la mia ultima parola non è mai arrivata, so di essere stanco.

lunedì 8 giugno 2009

il male


si annida nei risvegli più duri, come un'ombra vista di sfuggita, o un sogno vividissimo appena dimenticato

la parola risolutrice non viene, l'urlo che modula in canto, tutto ingoiato dal mistero dell'udito, per noi che guardiamo senza capire

eppure l'oggetto è lì, lì stanno l'uomo e la donna, che dio li perdoni o li abbia in gloria

nessuno se ne cura, tra un milione di anni rideremo forte, polvere senza denti

qualche insulto mormorato tra i denti, appiccicoso come un candito, dolce come il veleno. tra liquefazioni e ricomposizioni, corpo e pelle piovono sull'asfalto caldo, fuori delle lenzuola.

riscaldo il mio corpo, chiedo aiuto ai saggi, oggi è quasi finito.

sabato 23 maggio 2009

Gogol'

era lucido e ironico, sino alla follìa
lo sguardo sempre sdoppiato, dentro e fuori al racconto, come fosse un regista che parla in continuazione e sa che la sua opera è un gioco ridicolo, magari bellissimo, ma confezionato ad arte e ridicolo

non c'era tragedia nella sua vita, come nella mia
solo un indistinto ardore, e le opere a marcare la sua via, come pietre miliari
forse avrò l'onore, magari avessi l'onore, di marcare così la mia, prima di bruciare tutto e andarmene

nella notte, oltre alle auto che sfrecciano sul selciato, come rumorosi cani da guardia, rimangono le parole e i ricordi ad emergere da soli.
questa paralisi fa più male di...più bene che...l'ho dimenticato
il sudore si è raffreddato ed è svanito, odore intenso della pelle
buonanotte

lunedì 22 settembre 2008

in memoriam

Aulo Gellio visse nel II secolo dopo Cristo.
Esponente dell'alta società romana, viene ricordato per le sue Noctes Atticae (Notti Attiche), opera in venti libri dove egli, in brevi capitoli, si dedica a compulsare e commentare i libri letti nel corso di una vita della quale non si conoscono che pochissimi dati.
E' un'opera preziosa, spesso unica fonte per documentare l'esistenza di opere andate perdute, delle quali riporta citazioni e frammenti, scritta in uno stile godibile e vivace.

Lo immagino, il vecchio e poco originale Aulo, alla luce di un fioco lume, intento a raccogliere le idee, mentre il pennino crepita sulla pergamena o sul papiro. Non scriveva il pianto che gli bagnava la mente, riversava invece con mentalità quasi medievale le citazioni interrogandole e mettendole a confronto, alla ricerca di un punto di vista più vicino alla verità. Conservando ancora residui della celebre pragmaticità latina, non fu feticista del "libro", ma un "alto-borghese" pronto a sceverare la formazione dal gioco intellettuale.
Lo immagino, sentendomi a lui vicino, divorato da un desiderio di conoscenza il cui senso a volte mi sfugge, ma che spesso non è nient'altro che voglia di dare voce alla mia indignazione.
Eppure, fatta la tara del "classico" pregiudizio dispregiativo sulle masse inadatte alla cultura, quanto poco basta a farlo uomo ben più avanzato e aperto dei nostri contemporanei.
Lascio a lui la parola:
"..ho sempre avuto presente il detto di quel famoso personaggio di Efeso (Eraclito ndt): certamente essere vero che 'le molte conoscenze non arricchiscono lo spirito'; e veramente nello svolgere e percorrere gran copia di volumi, durante tutti gli istanti che potevo sottrarre agli affari, mi sono tormentato ed ho faticato, ma non ricavai da essi che poche cose atte a condurre gli spiriti aperti e ben disposti al desiderio di un'onesta cultura...mi sono limitato a presentare gli elementi e, per così dire, degli assaggi delle arti liberali, quelle arti di cui non è certo inutile e tantomeno sconveniente che un uomo ben educato abbia sentito parlare e si sia occupato." (dalla Prefazione)

Le arti liberali, quelle discipline finalizzate alla formazione di uomini liberi. Reminiscenze scolastiche: per quel tempo erano grammatica, dialettica, retorica, aritmetica, geometria, astronomia, musica.
Forse bisognerebbe ripartire da qui, da un'altra idea di libertà, da un'altra idea della cultura di massa, una cultura che non sia né un lusso né un gioco di società, né tantomeno una merce, ma una necessità, il segno della fine dell'indigenza, utopia del cittadino consapevole e attivo.

E' appena iniziata la scoperta dell'uomo, e già si vuol far credere che non c'è più niente da scoprire. E' un'alba e si cerca di farla passare per tramonto.

lunedì 1 settembre 2008

mezzoforte


dal giardino, le voci dei vicini
vedo la tavola illuminata, sotto il pergolato, nella notte.
è come un sogno. come un ricordo di cose mai accadute, ma che sono l'infanzia e la vita.
nella notte silenziosa e punteggiata di luci artificiali contro i ladri e il buio, contro la paura e la solitudine. come se la realtà fosse già ricordo, fosse una speranza viva e già tradita.
ed è una immagine perfetta per la mia malinconia.

i vicini solo sfiorati, con le loro vite silenziose, sconosciute, che si aprono per un momento, non sapendo di essere ascoltate.
nella distanza, la poesia, senza stanchezza, senza significati determinati ma un canto di bambini da riempire secondo fantasia.
una lente puntata verso l'assorbimento delle angosce borghesi e banali. riappropriarsi del giardino e della notte. riappropriarsi del sogno, perché qualcosa della vita rimanga mentre i bambini vogliono tornare a casa.

sullo sfondo, rumori indistinti.
la ventola della camera da letto, il passaggio di qualche automobile, qualche motorino carico di schiamazzi, scricchiolii di zanzare catturate dalla luce viola, echi di cani lontani.
come nel corpo, non c'è mai silenzio vero, tra battiti del cuore e gorgogliare del sangue dietro i timpani, nella gola.
e il respiro impercettibile, il filo che ci tiene e ci lega.
non può finire, eppure finisce. i bambini tornano a casa e sono contenti.

lunedì 17 marzo 2008

une soirée en enfer


non voglio essere la memoria di tutto, non posso essere.
lavoro che è memoria banale di denari, di scadenze. fiancheggiamento, auscultazione e forse devozione.
per inciso, vorrei ora viaggiare in treno tutta la notte solo per lasciar scorrere i pensieri, l'immaginazione, solo per trascrivere le vite possibili, gli sfioramenti della fantasia, l'irrealtà che da sempre mi consola
inseguire le parole, dopo una vita che pare un'imitazione
non mi ci riconosco più. non mi riconosco più.
come se la protezione dal quotidiano fosse anche protezione dal profondo.
come se la sordità alla menzogna fosse anche sordità alla verità.
essere un profeta noioso, che sarcastico destino.

poi, seduto sulla panca di marmo, leggi un libro con le dita nel naso.
rumore di sacchetti di carta, sulla banchina di fronte zoppica un utente che mangia hamburger.
segnale acustico, una voce disfatta nel messaggio di servizio.
ormai è notte, una voce può ridursi a dei suoni sconnessi, per la pessima acustica sotterranea, per la latente inutilità del lavoro
una voce parlante può ridursi a nient'altro che ad un rincorrersi fastidioso di echi, ad un risuonare incomprensibile. può succedere.

brucerò un'altra idea per superare la notte
la stanchezza è un foglio di velina sulle labbra, vibrante ad ogni respiro, che fa prurito, che fa ridere ed amareggia
dio, che realtà disgustosa
persino le metafore nascono perbene.

martedì 26 febbraio 2008

sirena


la notte scorsa ho riprovato a fare un sonnellino dopo-cena/pre-studio puntando la sveglia alle 21:30. non ho nemmeno sentito il trillo. il mio braccio destro ha agito autonomamente e ho riaperto gli occhi alle 1:47.
e mi sono alzato, sono sceso al piano di sotto intenzionato a leggere e suonare per almeno un paio d'ore. avevamo lasciato però la tv accesa, su LA7.
in quel momento Alain Elkann stava intervistando Valeria Golino, attrice italiana tornata sulla cresta dell'onda ormai da qualche tempo, apparsa in film come A casa nostra, La ragazza del lago e il recente Caos calmo. a parte quest ultimo, gli altri li ho visti trovandoli buon livello.
di lei ricordavo i ruoli in Rain man e nel demenziale ma divertente Hot Shots!
ricordavo la voce che mi suonava sgraziata, incrinata come il fondo di vecchie bottiglie, ma quegli occhi e i capelli ricci mi sembravano comunque indimenticabili, nonostante l'impressione di fiato corto ad ogni frase, di tonalità faticosa e spesso monocorde che si spegneva dopo ogni parola, parole ricavate dal silenzio, e quel profilo di durezza complessiva come un'anima di fil di ferro. la penso ancora così.
ma la notte scorsa me ne sono innamorato, nonostante le domande inesorabilmente a una dimensione di Elkann, che non riusciva a trasformare un questionario in una conversazione brillante e stimolante, sprecando un'occasione dalle sfaccettature erotiche possibili, mentre pizzicavo svogliatamente la chitarra

forse per tutto questo, e anche per il fascino classico che emanava dal suo viso calmo, dalle risposte delicate che contrastavano con l'idea di inaccessibilità, per lo sbuffo a fine intervista come fosse stata una faticaccia, per la grazia innata che vedo in certe donne quando stanno sedute, per il fatto che ha 42 splendidi anni e sono sensibile alle donne più grandi di me, o forse perché la sua passata semplice sensualità di starlet ora è stata riassorbita e distribuita in profondità, in un sorriso o in uno sguardo da notte insonne. il suo profumo era quasi percepibile e avrei voluto poterle parlare, offrendole un bicchiere di Porto, seduti sulle scale fuori della porta.
certo, è fidanzata con Scamarcio, ma cosa conta, nessuno è perfetto

lunedì 18 febbraio 2008

matière et mémoire

è dolce studiare di notte

venerdì sera, programmino, concerto Mozart in Jazz del mio maestro, evvai, salto pure il corso di musicoterapia, per una volta faccio uno strappo

alle 20:15 stavo dormendo sul letto, vestito, programmino saltato parecchio

sveglia puntata alle ore 23:00...ogni otto minuti il trillo nella casa che si raffredda, il braccio spegne da solo la stupida macchina rompisonno

risvegliato a mezzanotte e mezza, inforco un paio di calzettoni pesanti, e leggo i primi due capitoli del saggio di storia bizantina, caricato il multicd, bossanova, jazz, bach
in un attimo si sono fatte le quattro

mercoledì, tra due giorni, ci sarà l'esame
è il primo esame all'università da qualche anno a questa parte, da quando morì mio padre e il lavoro mi ha impedito di sfruttare anche il poco tempo libero. lentamente me lo sono conquistato di nuovo, a qualsiasi costo.
sono teso, nervoso, determinato, preoccupato, soddisfatto. chiaro?
e soffro del limitarmi in questo studio accanito per recuperare una preparazione decente. vorrei già leggere altre cose, suonare, ricapitolare il succo e andare oltre.
lotto contro qualche fantasma passato e presente, cerco di impedire le proiezioni ortogonali dell'incomprensione, tirando fuori la voglia pura di finire questo percorso eterno. i prof che ridono in faccia quando le parole si bloccano. roba vecchia. acqua passata. se solo ci prova, lo stendo. ecco.

martedì 29 gennaio 2008

homeworks



compitavo le parole recuperate tra foglietti sparsi tenuti piegati nelle tasche delle giacche oppure infilati infra le pagine di libri e quaderni
nel cuore della notte, la notte dai molti cuori, ormai lo sappiamo
interrotta dal ronzio liquido del frigorifero, crepitante, dall'avviarsi episodico della caldaia, con un botto sommesso e la suggestione della fiamma, dalle rare voci di passanti incerti al ritorno a casa, dal rigirarsi di mia moglie tra le lenzuola che mi attende insonne, aspettando tesa che mi passi il delirio, la geometria insoddisfatta delle scale musicali sotto i polpastrelli doloranti, della sillabazione imprecisa, della lettura alla ricerca di una perfezione che spenga il bruciore
le pagine spesse del quaderno rilegato in pelle assorbivano l'inchiostro, sfumandolo in grigio, la notte soffiava sulle ombre, appena fuori delle finestre, ricopiavo dalle tracce in matita segnate sulle pagine bianche di un libro, avevo sei anni quando fu stampato, sei anni e una vita che non ricordo, a parte la fragilità che ancora mi accompagna, la percezione del sottile strato che lega gli affetti, domande sulla funzione dello scrivere e del pensare, frammenti della vita di Beethoven per gridare sottovoce la vergogna dell'immaginazione rubata, fino a scivolare sulla vanità dell'uso rapido del blog, cominciavo a chiedermi se Montale o Luzi - in nome di chissà quale vita parallela - avrebbero usato questo mezzo per scrivere e pubblicare, domanda inutile come diceva Battisti (Lucio), sarebbero state parole diverse, vite diverse
invocazione all'intelligenza che trae da ogni impasse o impaccio, invocazione al calore nel mio guscio di latta dove mi stavo ritraendo, ridotto e dipinto, con lo sguardo oltre la stretta fessura della bocca, a respirare famelicamente il profumo del domani, solo due ore ormai mi separavano dal prossimo mattino

venerdì 14 dicembre 2007

una grotta a capodanno, tanti anni fa...


avevo cominciato dieci giorni fa a scrivere appunti per questo post, su suggestione dell'amica "romagnola a parigi" Auramaga
poi le inevitabili lungaggini dovute a lavoro, impegni e stanchezza, hanno fatto sì che lei mi anticipasse in quanto a "citarsi addosso"...
e del resto gli appunti non erano granché, quindi ricomincio volentieri, in questo venerdì sera milanese davvero invernale, terso e rigido come una lama, pieno dei profumi del fuoco dei camini, della terra umida, di suoni rarefatti, come irrigiditi anch'essi dal freddo

era il capodanno del nuovo millennio, del baco e di poche altre cosette
con degli amici, la decisione di passare 'a nottata in grotta, in montagna, nei pressi di Sondrio, dove loro avevano un appartamento in affitto con stufa a cherosene, garanzia di malattie respiratorie e probabilissime esplosioni
la decisione è stata immediata, per quanto tardiva, quindi, raffazzonati una decina di compagni alla bell'e meglio (non avete idea di quante resistenze, tutti vogliono fare una festa "diversa", e poi, sì, ma al caldo, sì, ma col forno, sì, ma con tavolo sedie e companatico serviti, sì, ma con la tv che dà il conto alla rovescia...blabla..bah...) siamo partiti per i preparativi
sintetizzando: tre giorni per esplorare e trovare il luogo adatto, trasportare con zaini tre quintali di legna dopo lunghe trattative per spuntare un prezzo decente dalla baffuta e scontrosa fornitrice, fare la spesa tenendo conto che si era 11 uomini e una ragazza, di cui quattro visti per la prima volta
era una sera freddissima, più di oggi, ghiaccio sulle strade, tanto che, arrivati il 31, rischiai subito un volo colossale con le borse della spesa. riuscii ad aggrapparmi alla cancellata con furia, facendola tremare per due isolati...e restandoci quasi attaccato, come succede alla lingua sul ghiaccio...
carichi di vino, pane, carne, polenta, bicchieri e piatti di plastica, sacchi dell'immondizia per lasciare pulito, ci incamminammo in silenzio sul sentiero di neve e ghiaccio, neve che gemeva sordamente sotto gli scarponi
ora ricordo confusamente il freddo, l'eccitazione per la solitudine, la visione di alcune case apparentemente vuote in mezzo agli alberi coperti di neve
niente musica, una lunga chiacchierata, lunghe pause, fu divertente preparare il fuoco, pareri contrastanti da cittadini sfigati che non sanno nemmeno come posizionare i ceppi per far respirare la fiamma...altro che "isola dei famosi"...
la carne inesorabilmente carbonizzata e la polenta a fette che si freddava prima di arrivare alla bocca, sapore di cenere, odore di fumo dappertutto, nei capelli, sui vestiti, la schiena rivolta al fuoco bollente, il viso gelato dalla notte
poi, a mezzanotte, il vino che scendeva senza scaldare, gli occhi lucidi dall'alcool, dal fumo, da un'allegria che non prendeva la strada giusta, a mezzanotte, le finestre illuminate nella notte, sotto la neve, porte che si aprono, voci festanti e colori, una sola persona in più sembrava un mondo, l'unica donna sdraiata su un'enorme roccia piatta sopra il falò forse a contemplare l'illusione della solitudine, l'illusione della distanza dalla vita quotidiana
davvero non ricordo le frasi, le parole, ricordo i tentativi di trasmettere e ricevere sms di auguri, malinconia si faceva strada nel petto di un amante abbandonato, contemplare la stellata di dura nitidezza, dove le strade delle costellazioni si perdevano sciolte in un conteggio infinito di luci
il ritorno alla casa, poca voglia di dormire, qualche bicchiere di grappa e gin seduti sui sacchi a pelo, tentando di pompare cherosene nella stufa come fosse vino, e la notte passò in fretta, sotto lo stomaco in fiamme, lui sì, i pensieri a rincorrersi come criceti nella ruota, tenue il profumo di donna sotto il ticchettìo della stufa ormai spenta

lunedì 10 dicembre 2007

concezione in romagna. impressions...


era cominciato con il sole, questo mini-ponte dell'immacolata di cui sopra,
poi, sabato, pioggia e vento che nemmeno a Oslo
seduti al tavolo del ristorante "La soffitta" di Cattolica, a contemplare ammirati le losanghe di fonduta fritte appena servite, a contemplare il tagliere arricchito di affettati e formaggi tipici di mamma Romagna
chiacchiere, vino sfuso ma buono, mica come a Milano che ti danno una sorta di cocacola sgasata con aggiunta una manciata di gradi di alcool
al tavolo davanti, una comitiva familiare, tre bimbe sorelle, una gravemente handicappata, di una dolcezza commovente, in cerca di affetto continuo, cammina malferma tra i tavoli, sorrisi per tutti, qualcuno si allontana spaventato, spero che non capisca. la bimba, intendo.
la sera, per festeggiare il compleanno di mia moglie, a Misano, Riviera Mare, un nuovo ristorante sul mare, appunto, sì, beh, forse un po' troppo lounge, un po' troppo ben frequentato, aperitivi in corso, cinture di foulard, stivali e jeans aderenti, camicie azzurre sbottonate....eppure magico, di notte, sotto la pioggia, in riva al mare, tubi luminosi come onde verso gli scogli, lumi di candela, interno tutto bianco, menù fatti del tessuto plastico delle brandine da spiaggia
al tavolo accanto si siedono quattro ragazzine dell'età di mia nipote, automunite, con denaro, perché mangiano, e chiocciano nei loro minimi vestiti attillati, senza calze, col sesso posato ovunque intorno a loro, e il passo malfermo anche per loro, a rivelare una giovinezza repressa, un divertimento perduto. forse, chissà. belle sono belle, altroché.
il proprietario del ristorante, vedo da dietro la tenda di organza di un delicato color panna, si accascia tra le braccia del belloccio cameriere che ci ha appena servito un ottimo Lagrein rosato, nonostante i quattro bicchieri mi alzo e accorro, a spostare un candelabro urtato mentre cercavano di posare il 50enne azzimato su un divanetto, forse ho impedito un rogo. ma il proprietario si riprende dal malore, pallido, giallo, quasi verde, simula indifferenza, si mette seduto sui cuscini, braccio steso e gambe accavallate come a dire "l'ho fatto apposta". peccato. ad un tavolo siedono dei medici, secondo loro niente di preoccupante, il pianto plateale di una delle quattro giovani maitresses amiche del gestore. il costo della bella vita? forse, chissà. 50anni, la tinta, un po' di pancia, un bel locale. forse, chissà.

intanto è certo che al bar di fronte non ci sono più i piranha(s) nella vasca cilindrica. dice che sono morti.

(in foto: la rocca malatestiana di Montefiore Conca, Rimini, luogo quasi natìo dove Bonaventura si ritempra. o almeno ci prova)

mercoledì 17 ottobre 2007

my favorite things/1


fare felici gli amici è qualcosa che rimette in pace col mondo e con sé stessi. fare felici direttamente sé stessi, poi, non ne parliamo.
il fine settimana è stato una bellezza: l'addio al celibato ha avuto successo, l'assaggio del corso di musicoterapia mi ha ridato carica ed entusiasmo, il concerto pare abbia sviluppi positivi...all'appello manca solo qualche ora di sonno...
ma andiamo con ordine: a Milano, da qualche tempo, l'Istituto dei ciechi sta proponendo un'iniziativa dal titolo "Dialogo nel buio", che consiste in una visita guidata (la guida è un non-vedente o ipovedente) naturalmente completamente al buio, attraverso ambienti diversi (una sorta di parco, l'interno di una casa, una strada con auto e bancarelle, una barca, ecc.) per provare a misurarsi con la mancanza della vista, ed esaltare gli altri sensi di solito lasciati indietro. beh, è stata un'esperienza fantastica, divertente e profonda. appuntamento sotto casa di Raffaele (il festeggiato) alle 18:45 per poter essere alle 19:30 in via Vivaio, nel centro che più centro quasi non si può, nello splendido palazzo sede dell'Istituto. all'ingresso si forma il gruppetto (noi siamo in 4, si aggiungono Mario e Marina, fortissimi coniugi di circa 60anni), bastone bianco per tutti e si parte. la nostra guida è stata Raul (ma non dubito che tutte siano eccezionali come lui), bravissimo nel quietare il disagio di trovarsi di colpo in un ambiente estraneo e totalmente nero. con abilità e umorismo ci ha guidato nell'esplorazione tattile ed uditiva degli ambienti, gli sconosciuti facenti parte del gruppo diventano subito compagni di avventura, l'atmosfera è quasi quella di una gita, ma con in più un confronto continuo ed immediato di impressioni ed emozioni. dai racconti di Raul pare che alcuni abbiano avuto crisi di panico e paura e siano dovuti uscire, invece noi tutti ci siamo goduti al massimo quell'ora e un quarto che sembra un attimo, perché al buio si perde la cognizione non solo dello spazio, ma anche del tempo, tanto da far venire il dubbio che Kant avesse ragione...Mario e Marina sembrava fossero vecchi amici di noi quattro quasi-adulti un po' cretini, ma poi, tra una bastonata sugli stinchi e un tiraggio di peli sulle braccia, ci siamo trovati, gran finale, al Cafénoir, un vero e proprio bar all'interno della mostra, ovviamente immerso nel buio più pesto, dove ci hanno servito un aperitivo. una cameriera (che Raul ha giurato essere molto carina, gli abbiamo creduto) è passata a prendere le ordinazioni, ed ha portato rapidamente patatine, arachidi, tramezzini, cocktails e caffè, facendoli strisciare sul tavolo verso le nostre mani tastanti, mentre due pianiste allietavano l'atmosfera suonando a pochi metri da noi, seduti attorno al tavolo, le mani posate sui bastoni bianchi, ormai abituati all'oscurità, affratellati e tutti spostati verso l'ascolto, le parole, le forme inesistenti. la vista è un senso veloce, la sua assenza inevitabilmente fa rallentare, percepire, sentire fisicamente, la vista è un senso straordinario e astratto, che può portare - paradossalmente - lontano dalla realtà, l'illusione della presenza, il mito della conoscenza...udito tatto olfatto gusto sono umili, primitivi, elementari, fisici, caldi, spessi, tridimensionali, austeri, magici, con la voce ci si può toccare, la parola riemerge potente dall'oscurità, dal bisogno di contatto.
Raul era un fulmine nell'orientarsi, nel riconoscerci dalle voci immediatamente dopo pochi minuti, nel sapere esattamente dove ci trovassimo all'interno delle stanze...siamo usciti arricchiti, entusiasti, dispiaciuti della brevità del percorso, convinti di conoscerci un poco di più di prima, pronti a continuare la festa, dopo aver salutato Mario e Marina, che in bicicletta si allontanavano quieti, continuando a parlare.

il seguito è stata la cena al Sud Dinner Bar, in via Solferino, sempre centro, ma di quello della vita notturna, "fighetto", jeans e stivali, camicia azzurra senza cravatta e giacca blu, aperitivo e lounge, rumori trucco pesante e profumi costosi. per noi avevo riservato un tavolo al ristorante, nella sala dove è collocata una "tenda berbera" con tanto di sabbia bianca soffice e fresca. via scarpe e calze, arrotolati i pantaloni...ma ahimé il locale era praticamente deserto. un anno fa lo avevo lasciato affollato e rumoroso, l'ideale per mettere in imbarazzo Raffaele dopo tre bicchieri di robusto vino rosso del sudafrica...invece abbiamo dovuto condividere la tenda con due coppie che limonavano pesante, allibite dalle nostre risate gutturali e dai nostri fiati avvinazzati/cipollati dopo aver mangiato kebab e polpette. inutile anche sperare di essere serviti dalla splendida barista nera, ci è toccato il cameriere filippino tarchiato. Davide e Gabriele, data la serata in vena di finezze ed eleganze, ad un certo punto hanno inevitabilmente proposto di simulare dei rapporti omosessuali, tanto per disturbare ulteriormente i quattro pomicioni dei tavoli accanto...comunque tre ore passate in un soffio (e due Jagermeister).
rimaneva solo l'ultima tappa: tirare tardi possibilmente ballando.
un breve giro alla rinfusa riempiendo l'auto di umorismo di bassa lega, ridendo fino alle lacrime, poi la decisione: Alcatraz, rock, pogare...parcheggiamo a distanza perturbante, incuranti dell'incipiente inverno che ci stava beccando in maniche di camicia.
pieno ed affollato, a scemare, qualche guizzo della nostra gioventù, AC/DC, Guns n'Roses, Metallica, Green Day, gruppi di ragazzi allegri, qualcuno un po' più bellicoso e ubriaco, lampeggiare di cellulari, sms, chiamate, e poco altro, a parte tre cubiste da far cadere le sopracciglia ad un pastore sardo...qualche sorriso, qualche spintone, io sono anche volato a terra durante un pogo, evento più unico che raro, ma ero senza gli anfibi di ordinanza, non si poteva pretendere...
completamente sudato all'uscita, eccoci sulla strada del ritorno. sempre noi, un po' più sordi, dopo la musica, sereni, aperti, vivi.
eh già, bisognerebbe uscire più spesso, dài organizziamo ancora, bellissimo stasera, ora doccia e letto fanciulli, sentiamoci presto, alla prossima, ciao.
la solita malinconia delle feste che finiscono, degli amici che se ne vanno, delle promesse non mantenute.

martedì 24 luglio 2007

trasgressioni

per la prima notte delle due di "libertà" dalla moglie, avevo deciso di fare qualcosa di mai fatto prima, e lasciatemi divertire...ma gli imprevisti...
li avevo visti, al bordo erboso e sassoso della strada, che chiedevano un passaggio
quasi l'una di notte, ad abbiategrasso, però, ed avevo ormai voglia di forzare il mio perbenismo latente facendo due chiacchiere con quella bella peripatetica fiammante giù dal ponte, sempre che stanotte sia lì
però
però mi sono fermato, ho fatto inversione, li ho caricati e addio puttana
"ciao, cosa vi è successo?"
"oh, grazie! abbiamo fuso la macchina, ma a quest'ora non esistono più treni né taxi, incredibile nel 2007"
incredibile mica tanto, mi dico, ma
"eh, già, dove dovete andare?"
"valenza po"
salgono. lei capelli medio lunghi, sui trent'anni, lui sui cinquanta. lei si siede al mio fianco, lui dietro. sembrano stanchi e non so se fumati o bevuti. come me.
"lontanuccio. fino a vigevano posso portarvi. c'è un albergo"
lei e lui si guardano. lei dice
"magari ci fermiamo in stazione e prendiamo il primo treno domattina. sinceramente non sono in condizione di pagare un albergo. e oltretutto sono senza documenti"
uhm. sono tranquillo, sarà per l'effetto del vino e delle due birre bevuti da poco. se solo sapessero che li ho barattati con una potenziale marchetta...però voglio in cambio un briciolo di verità.
"non fate cazzate, faccio kung-fu. come mai sei senza documenti?"
"li ho lavati con i pantaloni"
se sono malviventi, sono pure scemi, sarà per questo che, in fondo, credo siano in buona fede. scemi, ma in buona fede. poi, su radio3 c'è uno speciale su John Coltrane, posso morire felice.
mi chiedono se posso portarli a casa. lo avevo già pensato io, una volta scrutati nel visibile e nell'invisibile, ma fingo di pensarci. per un attimo tocco l'italia che, almeno in queste zone, ha perduto ogni traccia di ospitalità, fiducia, apertura, coraggio e amore per l'uomo. tanto da farmi sentire trasgressivo nel dare un passaggio a due disgraziati, e stancamente conformista a fare il puttan-tour, o un droga-party, o un corona-day.
attraversiamo i paesi della lomellina, strade deserte a finestrini spalancati, racconti e note soffuse, surreali. i due progettano di partire per il messico, in autunno.
"ma non voglio mica pascolare le pecore, altrimenti me ne resto qui"
dice lei, e giù a parlar male della prigione sul po che è il paese in cui si trovano a vivere con le rispettive madri. una fiera una volta al mese e poco altro. messico e riso, che di nuvole, stanotte, non ce ne sono.
soprattutto ascolto i due ospiti e parlo poco, rivelo giusto che ho solo un anno di kung fu alle spalle, e la passeggera, in un moto di buon senso inquietante, afferma che "tanto potrei avere una pistola", allora accendo la luce interna mentre fruga nella borsa per prendere, dice, il quaderno per segnarmi la strada del ritorno. è vero.
dicono che sono stati in giro per milano, per commissioni, tutto il giorno, la macchina è rimasta parcheggiata chissà dove, di nuovo l'indignazione, niente treni, niente taxi. niente cognizione di tempo e luogo, penso io. ingenuità, stanchezza, ribellione slabbrata, chissà.
dimostrano di conoscere i paesi attraversati, mede, lomello, le chiese restaurate, le piazze illuminate e semideserte. mi imbarazzo a sentire la loro gratitudine, ormai siamo complici e mi sembra naturale. a loro no, e penso a come mi sarei sentito al loro posto, o forse a come si sarebbero sentiti loro al mio, o forse a come ognuno si potrebbe sentire al posto degli altri. ma per un passaggio notturno è forse troppo. mi tengo l'imbarazzo, e decido di credere di essere un uomo "di quelli che non credevamo esistessero ancora". la frase originale era più semplice, in fatto di tempi verbali. ma la ricordo così. lui, che gestisce un ristorante, mi ha promesso un pranzo offerto, e una visita nell'albergo collegato che dice essere molto bello. prima dell'autunno però, e del messico. convintissima, lei decanta l'eccezionale bontà delle di lui pizze.
"ti piace spessa o sottile?"
"sottile"
"ecco..." a sottintendere che non sarei potuto cascare meglio. nella vita, in generale, e in questa squinternata notte, in particolare.
li lascio sotto casa di lei, che estrae le chiavi dalla borsa, un portachiavi di finta pelle come tanti, un palazzo come tanti. saluti. (un fatto significativo: i fortunati cui ho raccontato l'accaduto - in maniera molto meno brillante, s'intende - mi hanno chiesto se avessi ricevuto un "rimborso benzina". io nemmeno ci ho pensato)
giro l'auto, alzo il volume, c'è ancora qualche scampolo coltraniano, frammisto ad interviste in lingua originale, fino alle due. al primo bivio sbaglio strada ovviamente, ma mi riprendo subito, in mezzo a lampi di desiderio improvviso. le donne che conosco e che desidero scorrettamente (ricambiato, sussurro, godendo della solitudine silenziosa, nessuno mi può contraddire) e che vorrei con me in certi momenti per non mandare sprecata tanta poesia sono o troppo lontane, o troppo virtuose, o tutte e due le cose. o sono io che non ci so fare. sorrido. e mando a memoria la poesia.
la marchetta è soltanto rimandata, insieme a tutte le mie piccole e grandi meschinità.

martedì 3 luglio 2007

night & day


e così ho scoperto davvero, per la prima volta, quella che è la mia città natale e che, in oltre trent'anni di vita non avevo mai vissuto né percorso in lungo e in largo
quasi oniricamente, quasi selvaggiamente, quasi camminando all'indietro con la memoria attenta e smaniosa, furiosa di volontà di assorbire colori, prospettive, nomi, suoni, consistenze, odori, di riscoprire luoghi e punti di contatto tra racconti e immagini presenti e passate, dentro le voci dei nonni, dei genitori, le voci dei morti e dei vivi
lungo una notte, la famosa o famigerata "notte rosa" sulla riviera romagnola, dedicata a rimini
parcheggio gramsci, ore 18 circa, mollo l'auto, è ancora mezzo vuoto - o mezzo pieno, mi sento ottimista - gli "eventi" cominceranno tra poco
trascino mia moglie lungo le prime strade, sbucando a lato del magnifico Tempio Malatestiano, prima celebrata opera del maestro umanista Leon Battista Alberti cui è dedicata la strada che fa angolo con l'imponente facciata bianca, moderna e metafisica nella sua natura incompleta e frammentaria
le luci di piazza tre martiri sono tinte in rosa, come molte o quasi tutte quelle presenti lungo i 110 chilometri di costa coinvolti nella festa, in fondo l'Arco di Augusto pennellato di luci fucsia come, al lato opposto del corso, il ponte di Tiberio
una birra piccola seduto davanti al chiosco delle informazioni, e sfogliamo il libretto preparato ad hoc con l'elenco di cose luoghi persone da scegliere
le emozioni e i pensieri corrono veloci, le parole si inseguono e si mangiano, dimentico la balbuzie e vorrei essere solo a tuffarmi per la sterile gaudente vita che va sfiorendo e rifiorendo, che va a defluire in rigagnoli di sudore e frasi rubate ai conversatori occasionali che incrocio
cominciamo, troppe gambe, troppi occhi truccati, troppi sorrisi mi sfiorano, troppi tessuti profumati portano via un battito accelerato
ma dentro il Giardino del Lapidario romano cantavano arie ispirate al canto V dell'Inferno, i versi di Paolo e Francesca armonizzati e melodizzati più o meno soavemente da compositori borghesi dell'Ottocento, l'aria tiepida, le voci femminili eteree e di minerale fermezza si riversavano tra le numerose persone attente, già sazie del piccolo aperitivo offerto del quale nel giro di pochi minuti non era rimasto più nulla, io fissavo il tetto dell'ex convento che chiude a sud il giardino, file di mattoni adagiate l'una sull'altra che sembrano morbide come pasta, Paolo e Francesca rapiti a stomaco pieno, poesia da recepire nel borghese appetito passato, poesia dell'aria tiepida e dei tetti di pasta, degli echi e dei canti delle rondini in contrappunto
mi stavo inacidendo e macerando inutilmente
meglio fare due passi con tutta l'indecisione che posso, bocciato il ristorante greco appena fuori dal Museo cittadino, sbircio i prezzi delle case, non si sà mai, il pensiero di trasferirmi riaffiora periodicamente, e mi scaldo le mani sulla pietra bianca ancora calda del Ponte di Tiberio
borgo San Giuliano è stato rimesso a nuovo, decisamente bello, fa venir voglia di suonare ai citofoni e chiedere se si può entrare a curiosare quelle intimità così perfette di terrazzi e piante domestiche rigogliose, luci soffuse, televisioni e stereo a volumi di vacanza
cena alla trattoria da Marianna, che un dio l'abbia in gloria
pesce eccellente, guazzetto di vongole da foto ricordo, per un semplicione in fatto di pesce come me è praticamente il paradiso, mangio gloriosamente, felicemente, arriva un fisarmonicista ad allietare con temi felliniani e l'immortale romagna mia, mi sento giovane e vecchio, felice e fallito, vitellone dai desideri perduti, grottesca copia in minore di un uomo d'altri tempi

eppure il tempo va, e nella conca del porto canale un tizio con la barba colorata di rosa a cui non si attaglia l'immagine di Caronte offre delle barchette per navigare in tondo come criceti marini, tra i cigni a riposo che a riva ripassano le piume, fino a superare il ponte nelle luci della sera avanzata che ormai è notte, io e mia moglie, ex fidanzati, alle prese con un amore dai contorni sempre meno familiari che fatichiamo a riconoscere, le alghe spente e odorose nell'acqua immota mi danno pena, ma a vogare me la cavo bene

un poeta parlava del suo cranio smerigliato dall'interno dal vorticare dei pensieri, e questa notte potrei essere io, pateticamente combattuto tra finti desideri e finte realtà, tracce luminescenti di intuizioni subito svanite, solitudine o no è il refrain senza sosta
il vino bianco ingerito da poco chiama una nuova pausa, in piazza Cavour al caffè teatro chiamo un cuba libre che mi assesta un duro colpo, sotto la tettoia della vecchia pescheria un quartetto suona a tutto volume classici psichedelici e rock anni '60/'70, immigrant song, foxy lady, love me two times, black night, mi accorgo di parlare pochissimo sopraffatto dall'ascolto e dal dibattito forsennato e silenzioso di ricordi e sensazioni
nel cortile del castello di Sismondo fanno letture di poemi medievali, lettrici di bravura scintillante dipanano ottave dal sapore ariostesco con ritmo e variar di toni mentre sulle mura si proiettano mappe antiche, cavalli e cavalieri, miniature e bassorilievi, incipit e colophon, e così ci perdiamo i fuochi d'artificio in contemporanea lungo tutta la costa
da qui è tutto un camminare senza sosta, verso marina centro, sul lungomare, dove suonano dal vivo musicisti italiani, dove i locali sono spalancati e affogati di corpi tremolanti, squarci di alcol e canti sguaiati, è ora di un gin tonic, col bicchiere pieno di gin, e quasi mi risveglio
cosa cercano tutti? di cosa parlano? cosa pensano? più facile scoprirlo in loro che in me. qualche frase sincera e un sorriso, il bagno nudi, un bacio, guardarsi e toccarsi senza impegno, sfogare le fiamme del desiderio che non è l'inferno, è la vita gratuita, mingus voleva salvare il mondo con le puttane, anti-ipocrite, che conoscono davvero gli uomini, che hanno lo sguardo fermo dei bambini, il re è nudo anche per loro, e chi vince vince, chi perde perde, felici i felici

la notte finisce alle quattro e mezza sulla spiaggia di marina grande a viserba, momo in concerto sotto i bagliori di madreperla dell'alba, la bassa marea scopre nostalgicamente una schiena di sabbia bagnata, in piedi sugli scogli insieme ai gabbiani qualche monaco mancato aspetta il sole, noi sdraiati sui lettini applaudiamo le musiche malate del nuovo giorno che riassorbirà presto i suoi traumi, cinque e mezza, sei e mezza, che riassobirà presto i miei dubbi amorosi sprofondandoli nell'ultimo bombolone alla crema, davanti alla stazione, riconteggio il passato accumulato, ho vissuto, non ho vissuto, bar otto e trenta, domenica mattina
a rimini, signori, si sale e si scende come dappertutto

lunedì 18 giugno 2007

la cosa chiamata poesia/3

UN "IO" NON PUO' MAI ESSERE UN GRANDE UOMO


Un "io" non può mai essere un grande uomo.
Questo grande famoso è debole
agli amici è assai noto per la sua debolezza:
di cattivo umore a colazione, gli secca essere contraddetto,
il suo unico piacere è pescare negli stagni,
l'unico vero desiderio - dimenticare.

Procedendo dagli amici verso il sé composito,
l'"io" centrale è circondato dagli "io che mangio",
"io che amo", "io che mi arrabbio", "io che evacuo",
e il grande "io" piantato in mezzo a lui
non ha nulla a che spartire con tutti costoro,

non può rivendicare mai il suo vero posto
nella quiete della fronte, nella calma dello sguardo.
Il grande "io" è un intruso sfortunato
che litiga con l'"io che sono stanco", l'"io che dormo"
e tutti gli altri "io" che anelano a un "noi che moriamo".

(Stephen Spender, "Poesie", Mondadori)

martedì 12 giugno 2007

virtù del disordine

così anche questa notte, da non fumatore, avrei fumato facendomi sgrondare di dosso la maledizione, l'alcol, la filosofia, la solitudine, l'odore del sesso caldo dell'estate, le ventate di benzina dalla finestra, i ricordi, le promesse, le parole, vado lungo è il mio blog, farebbe più fine dire taccuino lo so, scivolano le citazioni mezze dimenticate come prese a morsi, i luoghi e le persone veduti una volta per sempre, ricchi di speranza e di desideri
ma sono qui a scrivere, prima in brutta e poi in pubblica bella copia, per il pubblico ristretto che passa di qui, s'intende, mentre sorseggio jagermeister ghiacciato
mentre credo che tutto questo sia costruttivo, quando so benissimo che baratterei subito con una notte folle, con una nuova donna da conoscere e dalla quale farmi conoscere sperando di non ripetere un copione stantìo. amo gli odori della notte, gli odori del giorno e gli odori delle donne, non dico i profumi, ché fanno sciattamente poetico e retorico nel peggior senso, non significano tutto ma solo la parte in superficie
di qui, con un salto
scorrere questi giorni, la parte buona, non è vero ma devo scegliere
i film: Uno contro l'altro praticamente amici, Tomas Milian e Renato Pozzetto, mediocre con qualche battuta memorabile e la sfacciata, crassa, grottesca messa in scena della corruzione politica com'era vista venticinque anni fa, come se oggi fosse sparita: gli usceri dei ministeri parlano solo se allunghi la centomila lire, le stanze e i sottosegretari frequentati solo da chi cerca qualche privilegio, e i portaborse contano mucchi disordinati di banconote. che fare, ridere, sorridere, criticare, prendere nota...
i complessi, di Dino Risi, episodi con cast all-star, manfredi tognazzi e sordi. film ironico, dolce, cinico sui difetti veri e presunti, sul punto di vista dove il più forte vince ed impone la sua verità, come il dentone di Sordi, e tanti gradassi odierni. le radici di fantozzi e di verdone, per esempio.
scorrettezza che significa sgrammaticare gli stereotipi.
infine, nel cuore della notte, col cuore pieno di alcol e di sonno come una sconfitta, risalgo verso me stesso. provo simpatia per i mistici e i profeti privi o ricchi di fede, pieni di verità vita e indignazione, antipatici anche, ma solo per troppo amore mitigato appena dalla non-violenza, che non ci sta alla rinuncia, miracolosamente lucidi e antidogmatici, che non guardano in faccia nessuno per poter guardare se stessi, che per voler tutta la verità ne illuminano almeno un frammento, nel dolore e nel consumarsi furiosamente. confondono l'egoismo con il martirio, ma lo fanno realmente.
tra tutto quel che dimentico, trattengo appena l'ultimo, per diventare un uomo migliore, mi dico.
quello che ha detto:
"la leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. la Costituzione gli affianca anche la leva del diritto di sciopero. ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l'esempio sugli altri votanti e scioperanti."
"ciò che seguita a cambiare di posto secondo il capriccio delle fortune militari non può essere dogma di fede né civile né religiosa."
"un rimorso ridotto a millesimi [perché ricade sul collettivo] non toglie il sonno all'uomo di oggi...c'è solo un modo per uscire da questo macabro gioco di parole. avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni."
"è noto che l'unica 'difesa' possibile in una guerra di missili atomici sarà di sparare circa 20 minuti prima dell' 'aggressore'...allora non esiste più una 'guerra giusta' né per la Chiesa né per la Costituzione."
"c'è un baco interiore dunque che svuota la grandiosità dell'edificio [sociale, civile e legale] di ogni intrinseco significato. il nome di quel baco lo conosci. si chiama: idolatria del diritto di proprietà."
"scorrette sono solo le parole false e inutili."

so di non aver scelto i passi migliori, ma solo quelli che stanotte mi vanno a genio.
dedicati ai manichei di destra e di sinistra, ai cattolici da quattro soldi, agli ipocriti in generale che vedono comunisti ovunque, e a chi vede fascisti ovunque.
chi era costui? Don Lorenzo Milani. "L'obbedienza non è più una virtù", Stampa Alternativa.
l'obbedienza no, ma il disordine sì.

mercoledì 16 maggio 2007

niente da dichiarare

"Addio", stavo per dirti. Ma trattengo la voce,
mi volto, ti rimango vicino, notte infernale,
per me, la lontananza, notte amarissima,
un vero oltretomba. La luce dell'alba
è la tua luce. Ma essa è muta, mentre tu,
più dolce di un canto di sirene, mi porti in dono
la tua voce. E alla tua voce si aggrappa la mia
speranza di essere vivo.

(Paolo Silenziario, dall'Antologia Palatina, V, 241)

Tutto il giorno sono stato malato di nostalgia, il ricordo invadente di quella ragazza che domenica stava seduta nell'erba, acciambellata, gambe incrociate, ad ascoltare quel manipolo di pazzi, tra i quali c'ero pure io, che si alternavano sul piccolo palco montato all'interno della radura a recitare un pezzo della loro vita vera o inventata che fosse. Occhi scuri spalancati e attenti, labbra e maglia rosse, mani ondulate e disegnate finemente, come foglie, e un viso che non si dimentica, i tratti forti, non belli eppure attraenti, capelli castani lisci raccolti semplicemente come fieno o tessuto prezioso, il suo corpo robusto eppure teso, turgido, promettente. O di quella signora nel vagone della metropolitana, lunedì sera. Salita a Cadorna, da seduta non toccava neppure terra nella sua gonna nera a fiori bianchi, il naso presbite affondato nel display del cellulare e leggere o scrivere chissà cosa, e poi è sembrata addormentarsi, il capo rugoso ciondolava ai sussulti delle fermate e delle partenze. Immagini, idee, desideri inespressi certo, ma quanta fatica oggi, accidenti a me.
Tutto il giorno malato di nostalgia, inutili dibattiti tra politica e religione, inutile lavoro di cesello e frodi fiscali, ma ritornerò sull'argomento. La pausa pranzo è scivolata via pesante come il varo di una nave destinata ad affondare. Meno male che poi ha smesso di piovere e lo squarcio azzurro del cielo mi ha riportato il sorriso. Fino ad ora.
Buonanotte.

venerdì 11 maggio 2007

sarà che è notte

ma non voglio lasciare le briciole al sonno
certo non posso continuare a dormire meno di cinque ore per notte, ma perché no?
è in nome di un'idea di salute che lo dico
le briciole, è quello che molti, in fondo, vogliono da qualcuno, perché addentare il momento è troppo
ho appena finito di bere una birra, qui accanto il mio scritto attende l'ennesima lettura mentre navigo nell'incertezza
al piano di sopra chiambretti intervista ben jalloun e carlo freccero sulla vittoria di sarko, scrivo sarko solo perché non mi ricordo la grafia di tutto il cognome e non ho voglia di aprire google per cercarla, mica per una confidenza da finanziere
curioso come ci si debba sentire sicuri di una persona che dice che, poiché è figlio di immigrati, non c'è da temere tendenze discriminatorie. ora, fatte le debite proporzioni, è una provocazione, è come se hitler avesse detto: sono scuro di capelli e poco aggraziato nel fisico, non c'è da temere che voglia creare una razza ariana, qualsiasi cosa voglia dire, perché farebbe molto ridere. faceva ridere davvero, ma era troppo tardi per poterlo dire a tutta quella gente che non aspettava altro che delle semplificazioni immuni dal buon senso, compreso il senso dell'umorismo.
virginie fa sul serio, e dice bene, come spesso accade.
sarà che è notte e la birra è un poco amara.